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SCUOLA/ 2. Greco e latino nei licei, ecco svelato il "tradimento"

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Direi che si può e, anzi, si deve osare. Ma per leggere da latini, bisogna comprendere il latino. E si comprende il latino se lo si accosta come una lingua viva. Viva per l’epoca e per i contesti in cui è usata. Per questo, è necessario che ci si immedesimi in chi usava o usa il latino come lingua per redigere testi.

Durante una lezione, un mio insegnante di latino lesse, a voce alta, un passo di una Catilinaria: “Egredere aliquando ex urbe, Catilina. Patent portae. Proficiscere. Educ tecum etiam omnes tuos. Purga urbem”. Non ci fu bisogno di tradurre per una prima comprensione. Ci fu bisogno di un lungo commento per rendere il senso che tali parole potevano avere per un contemporaneo di Cicerone. Fummo invitati a immaginarci ascoltatori del grande avvocato di Arpino. Fu un “di-vert-imento” autentico e servì a noi per imparare ad accostare un testo così particolare e “compromesso” con la sua epoca. Ogni traduzione avrebbe impoverito la “vis” di quel brano. Eppure, una prima versione – senza la pretesa di essere una traduzione stricto sensu – può servire come strumento per una comprensione provvisoria di ogni parola, sia per quanto riguarda la struttura morfologica sia per l’apporto della parte al senso complessivo.

Si traduce per meglio comprendere (meglio: per avanzare un’ipotesi interpretativa), ma si deve comprendere per meglio tradurre. Non è tuttavia un circolo, ma un movimento a spirale ascendente. Dapprima si fa un’analisi linguistica e nell’analisi si usa una lingua per descrivere le strutture di un’altra; poi si accede a una prima comprensione, che impone il ritorno sul testo di partenza; in seguito, si elabora un testo di arrivo, impiegando un’altra lingua. Quest’ultima potrebbe essere anche diversa dalla lingua usata per fare l’analisi iniziale (potrei usare l’italiano per una prima comprensione di un testo latino, che poi rendo in un testo tedesco...).

Dunque, non si può tradurre senza aver prima inteso. Tuttavia, si può comprendere senza riuscire a tradurre o facendo molta fatica a tradurre. La competenza plurilingue non annovera la competenza traduttiva. Chi vi sta scrivendo comprende qualsiasi testo redatto nel tedesco dell’uso comune – e lo stesso vale per analoghi testi in italiano. Tuttavia, trova faticoso tradurre quel testo dal tedesco in italiano. Per me, è uno sforzo inutile: comprendo meglio il tedesco “pensando da tedesco”. Se tuttavia devo spiegare il testo a chi non sappia il tedesco, mi è inevitabile il ricorso a una traduzione; ma so già in partenza di non riuscire a rendere quello che, per me, è il senso del testo originale. Non si nasce traduttori. La traduzione non è un’attività naturale. Naturale è il plurilinguismo. Sapere una lingua vuol dire sapere com’è usata e sapere usarla. Non significa saper descrivere la grammatica, ma saper produrre espressioni congrue sia per la grammatica sia per la pragmatica – cioè saper formare espressioni adeguate ai contesti d’uso. Per saper far questo, non occorre essere traduttori.



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COMMENTI
08/03/2012 - evviva (Alberto Consorteria)

Sottoscrivo ogni lettera.

 
08/03/2012 - Muffe e Contraddizioni (Antonio Servadio)

Bellissimo articolo di nitore e acume, naviga al largo dalle usuali banalità sulle lingue classiche a scuola. L'autore scade però sul finale con un atteggiamento di difesa-offesa che non gli rende onore. Nanotecnologie e bioingegneria possono essere “pallose” quanto e anche più del Greco antico. Oppure il contrario. Dipende dalle inclinazioni di chi le studia, oltre che dal carisma (eventuale) del docente. Sono comunque materie di lampante rilievo scientifico e culturale, che fanno strada verso uno sviluppo dell'economia reale, di cui già intravvediamo l' "incipit". Personalmente ho tratto giovamento dagli studi classici e altrettanto dallo studio e dalla pratica delle biotecnologie. Se lei davvero desidera svecchiare gli argomenti classici dismetta quella "forma mentis" stantia, ammuffita, secondo la quale "valgono" solo i classici e le lettere, oppure (diciamolo pure) solo le modernità: tutte bambanate.

RISPOSTA:

Gentile prof. Servadio, le chiedo scusa se l'ultima battuta dell'articolo non era chiara. Intendevo dire: se si rinuncia a far apprendere i testi latini e si ripiega su versioni italiane (quali?), ritenendo che la fatica sia improba, allora è meglio abbandonare del tutto il latino e concentrarsi sulle scienze naturali e sulle tecnologie. Voleva essere una provocazione. Nella mia piccola esperienza, ho visto che i latinisti più ferrati sono proprio gli studiosi di scienze naturali e i matematici. Cito, per tutti, il caro amico e collega Claudio Citrini, matematico del Politecnico di Milano - un grande e fine latinista. Il metodo è uno: la passione per l'esperienza. Ma se nessuno, oggi, mette in dubbio la necessità di conoscere le scienze matematiche fisiche e naturali, vi è chi - soprattutto fra gli umanisti!!! - è disposto a ripiegare sulle minestrine umanistiche, pensando di alleggerire il carico degli studenti, mentre invece si impoverisce la capacità di comprendere. Tutto qua. Mi scuso ancora per l'oscurità della conclusione. Cordialmente. GG

 
08/03/2012 - Comprendere "per" tradurre, non viceversa... (Enrico Tanca)

Gent.mo professore, finalmente!! La ringrazio sentitamente per questo suo intervento, che con grande chiarezza e competenza (come sempre d'altronde!) fornisce la prospettiva scientifica adeguata a chi umilmente si trova (con assai minor competenza!) quotidianamente a riproporre a scuola quel tentativo di insegnamento del latino come lingua "viva".