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SCUOLA/ 2. Greco e latino nei licei, ecco svelato il "tradimento"

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Tradurre per imparare una lingua... Esito a intervenire su un tema così complesso. E so già di rischiare di ripetere punti di vista rappresentati più adeguatamente da altri.

Che cosa si “traduce”? La traduzione è un “trasferimento”? Di che cosa? Distinguerei subito fra un’interpretazione di un testo e l’espressione di un’interpretazione di un testo. Sia la prima sia la seconda sono ipotesi, sono scommesse: a interpretare il testo è un lettore – destinatario. Nel secondo caso, il destinatario diventa mittente di un testo, che nasce a ridosso di un testo già esistente. I due testi non si equivalgono: il secondo presuppone il primo, ma non vale l’inverso. Il nuovo testo si può elaborare nella lingua che è servita per elaborare il primo (una traduzione endolinguistica); oppure, si può ricorrere ad altra lingua o anche a elementi di un sistema segnico di altro tipo (una traduzione intersemiotica). Si è soliti attribuire la qualità di “traduzione” a una dinamica interlinguistica: il testo “tradotto” è costruito con gli strumenti di una lingua diversa da quella che si manifesta nel testo di partenza.

Per tradurre un testo, bisogna averlo interpretato. Che cosa si può intendere per “interpretazione”? Dipende dai testi. Vi sono testi che limitano le scelte – e sono soprattutto testi scientifici, ma anche saggi e commenti, cronache e narrazioni di avvenimenti. Anche in questi casi, tuttavia, vi è una sfida interpretativa, che tuttavia si risolve là dove si riesca a ricostruire il “mondo” del testo (per esempio, il contesto pertinente, il punto di vista dell’autore e il tipo di destinatario cui viene rivolto il messaggio, e altri elementi, a seconda del caso concreto). Vi sono poi testi, per lo più annoverati in un canone (letterario, filosofico, religioso...), che sfidano il pubblico a scegliere fra più interpretazioni: non di rado, il destinatario si confronta con una formulazione intenzionalmente vaga (indeterminata) o ambigua; altre volte, la lettura si compie alla luce di scelte interpretative già compiute all’interno di una tradizione, che solo a prezzo di ulteriore esame si può mettere in discussione.

Un testo impone ai suoi lettori di trovare la chiave d’accesso all’esperienza che lo ha generato. Se quest’ultima non è immediatamente evidente (anche perché, di solito, è posta in uno spazio/tempo lontano), potrà venire rappresentata per ipotesi – per una scommessa. Più l’ipotesi è forte, più l’interpretazione è solida, ma anche in tale caso è suscettibile di verifica e di riformulazione.

Se il lavoro interpretativo è così impegnativo, che dire di una “traduzione”? Questa si compie a ridosso di un’interpretazione e presuppone che l’interprete – a sua volta autore – sappia anche dominare le strutture di due lingue e sappia costruire uno spazio di mediazione fra le strutture di queste due lingue. È evidente che non si dà traduzione senza una competenza plurilingue, ma ancor più chiaro è che non si può tradurre se non si è compreso il testo di partenza. E come si fa a comprenderlo? Si deve subito tradurlo o è preferibile riflettere sul testo prima di affrontare la traduzione? In altri termini: è possibile interpretare (comprendere) un testo senza riflettere su come possa venir tradotto? È possibile leggere Cicerone da “latini” invece che da italiani?



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COMMENTI
08/03/2012 - evviva (Alberto Consorteria)

Sottoscrivo ogni lettera.

 
08/03/2012 - Muffe e Contraddizioni (Antonio Servadio)

Bellissimo articolo di nitore e acume, naviga al largo dalle usuali banalità sulle lingue classiche a scuola. L'autore scade però sul finale con un atteggiamento di difesa-offesa che non gli rende onore. Nanotecnologie e bioingegneria possono essere “pallose” quanto e anche più del Greco antico. Oppure il contrario. Dipende dalle inclinazioni di chi le studia, oltre che dal carisma (eventuale) del docente. Sono comunque materie di lampante rilievo scientifico e culturale, che fanno strada verso uno sviluppo dell'economia reale, di cui già intravvediamo l' "incipit". Personalmente ho tratto giovamento dagli studi classici e altrettanto dallo studio e dalla pratica delle biotecnologie. Se lei davvero desidera svecchiare gli argomenti classici dismetta quella "forma mentis" stantia, ammuffita, secondo la quale "valgono" solo i classici e le lettere, oppure (diciamolo pure) solo le modernità: tutte bambanate.

RISPOSTA:

Gentile prof. Servadio, le chiedo scusa se l'ultima battuta dell'articolo non era chiara. Intendevo dire: se si rinuncia a far apprendere i testi latini e si ripiega su versioni italiane (quali?), ritenendo che la fatica sia improba, allora è meglio abbandonare del tutto il latino e concentrarsi sulle scienze naturali e sulle tecnologie. Voleva essere una provocazione. Nella mia piccola esperienza, ho visto che i latinisti più ferrati sono proprio gli studiosi di scienze naturali e i matematici. Cito, per tutti, il caro amico e collega Claudio Citrini, matematico del Politecnico di Milano - un grande e fine latinista. Il metodo è uno: la passione per l'esperienza. Ma se nessuno, oggi, mette in dubbio la necessità di conoscere le scienze matematiche fisiche e naturali, vi è chi - soprattutto fra gli umanisti!!! - è disposto a ripiegare sulle minestrine umanistiche, pensando di alleggerire il carico degli studenti, mentre invece si impoverisce la capacità di comprendere. Tutto qua. Mi scuso ancora per l'oscurità della conclusione. Cordialmente. GG

 
08/03/2012 - Comprendere "per" tradurre, non viceversa... (Enrico Tanca)

Gent.mo professore, finalmente!! La ringrazio sentitamente per questo suo intervento, che con grande chiarezza e competenza (come sempre d'altronde!) fornisce la prospettiva scientifica adeguata a chi umilmente si trova (con assai minor competenza!) quotidianamente a riproporre a scuola quel tentativo di insegnamento del latino come lingua "viva".