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SCUOLA/ 2. Greco e latino nei licei, ecco svelato il "tradimento"

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Nel caso del greco o del latino – ma anche del sanscrito, dello slavo ecclesiastico o del gotico – pare che i requisiti posti dall’insegnamento scolastico siano di tipo metalinguistico: sapere queste lingue è inteso come un sapere la grammatica (morfologia, sintassi, struttura del lessico). Per alcuni (ma non per i lettori di questo articolo, mi auguro) saper produrre frasi in latino è ritenuto importante, ma limitatamente alla capacità di formare esempi che servano a illustrare aspetti della grammatica oppure saper citare passi di autori, meglio se della        lingua “aurea”. Per il latino, si pensa che basti saper la grammatica e saper leggere e tradurre. La pragmatica “non c’entra”: a usare il latino come una lingua viva, i poveri scolari faticherebbero troppo, si dice presso alcuni. Così però si studiano le lingue, ma non le si apprendono come lingue: si studia solo la grammatica di una lingua e si impara a tradurre alla bell’e meglio.

Tuttavia, per riflettere su una lingua, la traduzione serve: è strumento per un lavoro in itinere, ma questo non è lo scopo dello studio del testo – lo scopo è la comprensione del “mondo” e l’arricchimento della propria esperienza culturale e umana. E in quest’esperienza potrebbe ben rientrare il tentativo di redigere testi in latino (o in greco). I vocabolari, qui, servono fino a un certo punto: è più utile, e divertente, leggere e analizzare testi e, dai testi, attingere per costruire altri testi. Si può iniziare da opere del latino moderno, che sono più semplici; oppure si può attingere all’immensa ricchezza del latino medievale. Una volta acquisita familiarità con le testualità più accessibili ai contemporanei, si va a ritroso e si accede al latino classico. Imparare senza tanti vocabolari: è una fatica, ma è molto “rewarding”. E, visto che nelle scuole si apprendono (o si dovrebbero apprendere...) anche le lingue contemporanee, forse è meno faticoso apprendere il latino come una qualsiasi altra lingua.

Se però si ritiene che l’impresa sia scandalosa e stolta, si continui almeno a tradurre onestamente, come si fa ora: è un’occasione per respirare latinità. Con o senza l’aiuto della traduzione, serve un confronto con il testo latino originale: è la via più ragionevole per accedere alla comprensione di un mondo che si manifesta in un testo. Non mi pare sensato abbandonare il latino e la traduzione come ausilio del testo originale, somministrando agli studenti un acquoso “brodino” in italiano (o in “italiese”). Uno studente serio potrebbe protestare, ricordando che ogni limite ha una pazienza. A meno che non si desideri orientare gli studenti verso le nanotecnologie e la bioingegneria, distogliendoli per sempre dal mondo classico, reso “palloso” dalla scuola.

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COMMENTI
08/03/2012 - evviva (Alberto Consorteria)

Sottoscrivo ogni lettera.

 
08/03/2012 - Muffe e Contraddizioni (Antonio Servadio)

Bellissimo articolo di nitore e acume, naviga al largo dalle usuali banalità sulle lingue classiche a scuola. L'autore scade però sul finale con un atteggiamento di difesa-offesa che non gli rende onore. Nanotecnologie e bioingegneria possono essere “pallose” quanto e anche più del Greco antico. Oppure il contrario. Dipende dalle inclinazioni di chi le studia, oltre che dal carisma (eventuale) del docente. Sono comunque materie di lampante rilievo scientifico e culturale, che fanno strada verso uno sviluppo dell'economia reale, di cui già intravvediamo l' "incipit". Personalmente ho tratto giovamento dagli studi classici e altrettanto dallo studio e dalla pratica delle biotecnologie. Se lei davvero desidera svecchiare gli argomenti classici dismetta quella "forma mentis" stantia, ammuffita, secondo la quale "valgono" solo i classici e le lettere, oppure (diciamolo pure) solo le modernità: tutte bambanate.

RISPOSTA:

Gentile prof. Servadio, le chiedo scusa se l'ultima battuta dell'articolo non era chiara. Intendevo dire: se si rinuncia a far apprendere i testi latini e si ripiega su versioni italiane (quali?), ritenendo che la fatica sia improba, allora è meglio abbandonare del tutto il latino e concentrarsi sulle scienze naturali e sulle tecnologie. Voleva essere una provocazione. Nella mia piccola esperienza, ho visto che i latinisti più ferrati sono proprio gli studiosi di scienze naturali e i matematici. Cito, per tutti, il caro amico e collega Claudio Citrini, matematico del Politecnico di Milano - un grande e fine latinista. Il metodo è uno: la passione per l'esperienza. Ma se nessuno, oggi, mette in dubbio la necessità di conoscere le scienze matematiche fisiche e naturali, vi è chi - soprattutto fra gli umanisti!!! - è disposto a ripiegare sulle minestrine umanistiche, pensando di alleggerire il carico degli studenti, mentre invece si impoverisce la capacità di comprendere. Tutto qua. Mi scuso ancora per l'oscurità della conclusione. Cordialmente. GG

 
08/03/2012 - Comprendere "per" tradurre, non viceversa... (Enrico Tanca)

Gent.mo professore, finalmente!! La ringrazio sentitamente per questo suo intervento, che con grande chiarezza e competenza (come sempre d'altronde!) fornisce la prospettiva scientifica adeguata a chi umilmente si trova (con assai minor competenza!) quotidianamente a riproporre a scuola quel tentativo di insegnamento del latino come lingua "viva".