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SCUOLA/ A lezione di ragione: scacco al nichilismo in 3 mosse

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Le domande di una ricerca consapevole - In questa direzione, per favorire un'attenzione propositiva, il Convegno è stato preparato  attraverso alcune domande inviate ai circa duemila iscritti. Eccole: Come scuola, avvertite che questo è il tempo della ragione? E in che termini o con quali difficoltà? Qual è il peso dato alla tradizione nella vostra scuola? Come la tradizione si riflette e si sviluppa nella didattica, nell’insegnamento, nelle attività? Chi studia nella vostra scuola diventa capace di giudizio critico, secondo l’età? Da che cosa capite che questo avviene?

A tali questioni, numerose sono state le risposte. Ne vorrei citare alcune nelle righe che seguono, anche per mostrare con quanta coscienza critica - mi sia permessa questa ripresa delle parole del Convegno - alcuni insegnanti e scuole sanno articolare la propria riflessione sul lavoro che svolgono, sugli allievi che crescono e sulle condizioni complessive del sistema in cui operano.

 

Ragione e autocoscienza - Scrive Lorenzo Bergamaschi: "Questo è davvero il tempo della ragione, che identifico nei ragazzi con una domanda di senso che la scuola non deve sopprimere. La domanda di senso dei ragazzi è connaturata alla loro ragione, ma spesso i ragazzi (ma persino gli adulti) non ne sono consapevoli. Quale allora il dovere della scuola? Non certo insegnare a ragionare, come saremmo tentati di fare, perché questa non è riducibile a una tecnica. Lo scopo della scuola è ridestare nei ragazzi il loro valore di autocoscienza, che i ragazzi imparino a dire  io con tutto il furore etimologico greco del termine". Similmente Daniele Gomarasca afferma che "si capisce che il lavoro che stiamo facendo funziona bene se troviamo un incremento dell’uso della ragione dei ragazzi e dell’uso della nostra ragione come docenti, nell’intelligenza più approfondita e più appassionata di un dato disciplinare".

Rosario Mazzeo sostiene, nel suo contributo, che "forse le domande e la curiosità dei ragazzi scemano perché non trovano una risposta vera. Le risposte che noi insegnanti diamo agli alunni sono risposte per tacitare o rilanciare il desiderio della ragione? Inoltre, forse c’è un modo di consegnare la tradizione, ciò che vale per noi, che sostituisce i ragazzi invece che muoverli a una verifica personale. Non siamo testimoni ma esperti, guardiamo il funzionamento non la totalità". 

Secondo gli insegnanti della scuola Mandelli, tutte le domande dei ragazzi "possiedono una ragionevolezza ultima, che per lo meno nel suo aspetto di provocazione siamo chiamati a cogliere. È come se ci stessero domandando: «Cosa c’è oltre? Mi dica cosa c’è oltre. Perché se la grammatica è solo grammatica, se l’epica è solo epica, piace o non piace e prima o poi stanca, ultimamente non risponde a quello che desidero, e, se anche lo facesse, lo farebbe come fa un pallino, una fissazione». 



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