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SCUOLA/ C’è un metodo che aiuta la tradizione a "vivere" di nuovo

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Raffaello, Scuola di Atene (1509-10, particolare; immagine d'archivio)  Raffaello, Scuola di Atene (1509-10, particolare; immagine d'archivio)

Quarto e ultimo articolo dell’autore dedicato all’insegnamento della cultura classica. Il contributo è un approfondimento del dibattito sul senso del tradurre a scuola. Qui il primo, il secondo e il terzo articolo.

Se c’è un’ipotesi che la frequentazione con le lettere, l’arte poetica diremmo con Aristotele, ci ha insegnato, è che il segno letterario è per sé foriero di una conoscenza superiore a quella pur rilevantissima data dalla historìe: esso dice “le cose che potrebbero essere” (Aristotele, Poetica, 1451a-1451ß). Così la pensava anche il nostro grande Manzoni, come attesta l’elaborata invenzione “dell’invenzione” all’inizio del suo romanzo, che ci rassicura sul fatto che l’Historia al massimo può schierare gli anni “già fatti cadaueri”. Dall’arte poetica, invece, possiamo aspettarci che ci riconsegni nel presente una tradizione possibile. Basta che ci sia qualcuno che la voglia raccogliere. Con questa prospettiva – se a questo punto il lettore sarà ancora disposto a seguirci – mi accingo a riproporre l’insegnamento della cultura latina antica, medievale, umanistica e moderna, cominciando con la raccomandazione duplice per una valida educazione delle giovani generazioni, ovvero che il maestro sappia innanzitutto “proporre adeguatamente il passato” e fare ciò “dentro un vissuto presente”, poiché il problema del rapporto col passato non è una questione relegabile in un museo o nella riserva indiana di fissati antichisti, bensì il problema principale nel rapporto generativo-educativo tra le generazioni.

a) Adeguatamente: della qualità e quantità. Partiamo dalla considerazione che se oggi c’è ancora qualcuno disposto a credere che l’immenso patrimonio culturale dell’Europa – espresso per due millenni innanzitutto, solo, per lo più, o “anche” in lingua latina – non debba andare perduto, ancora meno sono quelli che ritengono che l’adeguata competenza linguistica sia davvero necessaria. Siamo sufficientemente ricchi e beneabituati da accontentarci delle (dove ci sono!) traduzioni: esse possono essere sì delle “tradizioni” ma anche dei “tradimenti”. Prerequisito fondamentale, infatti, per la costruzione di una visione se non ideologica almeno già preconfezionata di una cultura, è che il grande pubblico ignori le chiavi d’accesso di mondi espressi in altre lingue. Vale oggi per vaste regioni del mondo che non possono accedere a fonti di informazione estere, come per la visione che un occidentale medio può avere dell’intera cultura di derivazione greco-latina.

La mediazione di avanguardie intellettuali, leniniste o gramsciane, non saprei, diventa indispensabile. Oggi possono avere anche il volto di romanzetti che spopolano agli autogrill, e vengono recepiti con il sussiego fiducioso che si tributa ad autorità universalmente riconosciute. Quella fiducia che non si vuole più avere per le fonti originali, viene acriticamente regalata in gran quantità al parto della fantasia di qualche scrittore di cassetta. A chi per esempio sbandiera con tronfia sicumera l’operazione critica del Valla nei confronti della famigerata “donazione”, chiederei se ha altrettanta competenza linguistica del dotto umanista, solo in forza della quale il Lorenzo è pervenuto al risultato che tutti oggi gli riconoscono. Se dunque la cultura latina ha delle ragioni uniche, storiche, “paterne” per noi italiani ed europei, e – corro il rischio dell’infamia – forse anche universali, per essere non solo non trascurata, ma conosciuta a fondo, nella sua complessità e articolazione, la competenza linguistica diffusa sarebbe l’opzione più “democratica”. Dare a tutti coloro che vogliono la possibilità del rapporto diretto. Ma è oggi davvero un obiettivo possibile?



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