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SCUOLA/ C’è un metodo che aiuta la tradizione a "vivere" di nuovo

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Raffaello, Scuola di Atene (1509-10, particolare; immagine d'archivio)  Raffaello, Scuola di Atene (1509-10, particolare; immagine d'archivio)

Credo che un raffronto con l’apprendimento delle lingue straniere nelle superiori, gioverebbe: ci scandalizza che un ragazzo dopo “solo” due anni di studio secondo il metodo natura sia in grado “solo” di leggere Catullo senza vocabolario e di produrre in forma orale o scritta brevi testi, come riassunti o descrizioni, e magari non conosca a memoria tutti i segreti del periodo ipotetico né sappia utilizzare con proprietà retorica i congiuntivi indipendenti. Ma avete mai provato ad ascoltare un esame di maturità o a leggere una terza prova in inglese? Vogliamo parlare poi dell’italiano, lingua che alla maturità i ragazzi per lo più hanno frequentato da 18 (!) anni?

c) Dentro un vissuto presente: o della tradizione “viva”. Ve lo immaginereste un maestro di pittura che sapesse spiegare ai suoi alunni tutti gli aspetti fisico-chimici dei colori e della luce e non sapesse tenere in mano un pennello? O un maestro di violino per cui la “scienza del suono” non avesse segreti ma che non sapesse come si prende in mano lo strumento? E un insegnante di lingua tedesca che sapesse spiegare le regole delle desinenze degli aggettivi, ma non fosse in grado di pronunciare una sola semplice frase concordando correttamente? Perché allora diamo per ovvio, scontato che così debba essere per un insegnante di latino? Se sa ripetere le tabelle grammaticali riportate sul manuale e sa fare l’analisi logica e la “costruzione” della frase (sic!), se sa prepararsi sulle note dell’edizione dell’autore che leggerà in classe, dissimulando poi davanti agli alunni abilmente tale esercizio, lo riteniamo un insegnante preparato.

La cosa importante è che “faccia fare” le versioni. Pretendendo dai suoi studenti alle primissime armi, quella precisione di interpretazione linguistico-grammaticale, retorica e stilistica che lui magari si è conquistato dopo anni di letture e traduzioni di testi. Mentre nelle prime classi il collega di inglese, che spesso tra l’altro può appoggiarsi ad una già acquisita minima competenza linguistica, non si sognerebbe mai di dare da tradurre un brano di autore del ’600, per la complessità linguistica e la distanza culturale, il collega di latino si irrita perché i suoi studenti non hanno saputo riconoscere e rendere correttamente il senso letterale e letterario di un passo, decontestualizzato e ritagliato, di Cesare, distante dall’ignaro studente più di duemila anni. Forse noi che abbiamo ricevuto per una decina d’anni una formazione tutta impostata sul metodo grammaticale traduttivo non raggiungeremo se non dopo molto tempo la perizia e la “scioltezza” di chi magari ha avuto la fortuna di cominciare da subito con il metodo natura. Ma perché non provare?

Se non saremo bravi noi, lo potranno essere i nostri alunni. Quale soddisfazione più grande che quella di vederci superati dai nostri discepoli? Ciò che ora appare morto può tornare a vivere. Se trova qualcuno che è disposto a prestargli la sua viva voce. Come un musicista che rende vivo e presente ciò che altrimenti sarebbe lettera morta. Se quindi la lingua e la cultura latina sono vive per e nel maestro, lo potranno essere anche per le future generazioni. 



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