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SCUOLA/ Il maestro D’Orta: solo l’"amore" dei prof può riunire il nord e il sud

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Questo dipende dal lavoro nero. Quando ho scritto Io speriamo che me la cavo la risposta era implicita: visto e considerato che le scuole rappresentavano un sistema “sgaruppato” e inutile, i ragazzi saltavano le lezioni e i genitori non dicevano nulla. Oggi, più che mai, con la presenza della crisi le famiglie preferiscono mandare i ragazzi a lavorare per aiutare, già da subito, la famiglia. Anche perché, parliamoci chiaro, i libri costano e sussidi spesso non arrivano. Mentre una volta il pezzo di carta era l’obiettivo di un giovane, oggi non lo è più: del resto la laurea garantisce un lavoro? Molti l’hanno capito e lasciano anche prima.

Secondo una recente indagine Ocse, i quindicenni del Sud sono indietro di almeno un anno e mezzo rispetto ai coetanei del Nord.

Le statistiche, per me, lasciano il tempo che trovano. La statistica è quella scienza per cui, se una persona mangia due polli e un’altra non ne mangia affatto, ognuno si è mangiato un pollo a testa. Sono scettico su questo tipo di ragionamenti. Occorre partire dal tipo di insegnante che fa lezione e poi, giudicare la classe. Io avevo “scugnizzi” di otto anni che erano più svegli, non di quindicenni, ma di diciottenni del Nord. I ragazzi qui hanno a che fare con la vita, il lavoro e anche, purtroppo, con la Camorra. La vita di questi ragazzi è casa, a volte scuola e strada. Scolasticamente, saranno pure un po’ indietro ma danno del tu ai problemi della vita. Per quanto riguarda, invece, i programmi, posso dire che al Nord e al Sud sono esattamente gli stessi. Ma in questo caso è fondamentale la buona volontà dell’insegnante. Consideriamo poi che la maggior parte dei professori al Nord è comunque meridionale.

Ecco, qual è, secondo lei, la ricetta per essere un buon insegnante?

Non vorrei risultare retorico ma il primo ingrediente è l’amore. Prima ancora di impartire lezioni di matematica, geografia e scienze, siccome avevo davanti ragazzi difficili, figli o nipoti di clan rivali, la mia prima preoccupazione era far capire loro quali erano i valori importanti: la famiglia, la scuola stessa e anche la Chiesa. Volevo prima che diventassero cittadini onesti e solo in un secondo momento partivo con l’insegnamento delle materie elementari. Spesso, quando andavo a prenderli a casa perché non venivano a scuola, tentavo di parlare con i genitori, cercando di far capire loro che il riscatto per una vita migliore per i loro figli partiva proprio dalla scuola. Tutto questo è amore e non te lo insegna nessun istituto magistrale. 

(Federica Ghizzardi)



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