BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Perché vale ancora la pena di studiare filosofia?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)  Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)

E’ certamente la seconda funzione quella che oggi resiste meglio e viene continuamente rilanciata. E tuttavia, se da un lato la formazione di una mentalità critica costituisce un programma condiviso e conclamato, dall’altro esso rischia sempre di dare per scontato il suo obiettivo, cioè quello di fornire un metodo per il buon uso della nostra intelligenza, o meglio ancora, quello di fornire le condizioni per poterlo trovare. Per questo mi pare che la cosa più utile possa essere proprio il non considerare come cosa ovvia la dinamica della nostra ragione e quindi la posta in gioco delle nostre conoscenze e delle nostre azioni, finendo per intenderla come il risultato di strategie di apprendimento o di tecniche retoriche.

E’ possibile individuare una sintassi condivisa della razionalità, cioè un percorso in cui poter esercitare e mettere alla prova le capacità (e le incapacità) della nostra intelligenza e del nostro giudizio? Ed è possibile prospettare una semantica o più semantiche della razionalità, vale a dire la scoperta dei possibili significati delle cose, di noi stessi e del mondo, o anche la capacità di dare e riconoscere il “senso” del reale?

E’ assai diffusa l’idea che uno studio come quello della filosofia fornisca gli strumenti più utili per i procedimenti di “problem solving”, la soluzione dei problemi che si presentano continuamente nei più diversi campi del pensiero e dell’attività umana (dall’economia alla politica, dalla gestione delle risorse umane all’ottimizzazione dei processi socio-politici ecc), proprio perché insegnerebbe a “ragionare”. Ma forse la leva della competenza filosofica, più che nel saper risolvere problemi (e proprio per poterlo fare), sta nel saper porre le domande giuste. Porre una domanda è davvero il lavoro più impegnativo per la nostra intelligenza, poiché si tratta di capire che cosa c’è al mondo, e che cos’è quello che c’è. Sembra l’attività di un notaio o di un mero registratore, mentre è l’attività di un genio (e naturalmente anche i notai sono chiamati ad esserlo!).

Proprio per imparare a porre le domande vere (cioè quelle che più “rispondono” alle cose), vale ancora la pena avventurarsi nella storia del pensiero, alla scoperta di come questa competenza del domandare sia stata esercitata. Come testimoniano le vicende straordinariamente variegate e differenziate della filosofia, ogniqualvolta la ragione umana mette in questione il reale, interrogandosi sul suo significato e provando a discutere criticamente quello che sembra ovvio o si crede per abitudine, si mette in moto un’esperienza che è realmente un’avventura, in cui per ciascuno possono aprirsi spazi di senso e possibilità inedite. Insomma, studiare filosofia può essere ancora utile – mi pare – perché ci fa capire che la ragione delle cose chiede sempre la nostra ragione per dar prova di sé.

 

Costantino Esposito è autore, insieme a Pasquale Porro, del corso in tre volumi Le avventure della ragione. Autori e testi della filosofia, Editori Laterza, nuova edizione 2012.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  


COMMENTI
21/07/2012 - Domande a cui non possiamo rispondere (Mattia De Giosa)

"...la ragione delle cose chiede sempre la nostra ragione per dar prova di sé". Leggo con piacere questo articolo che prova a difendere lo studio della filosofia, in un mondo in cui ormai le uniche domande titolate ad essere poste sono quelle che riguardano il come ed il quando, e molto spesso anche il quanto. Un mondo in cui domandarsi il perchè sembra ormai un'inutile perdita di tempo! Sono quindi già a rilevare che la controtendenza di questo articolo è già insita nel suo titolo che incomincia con un "perché". Nonostante questa mia positiva constatazione dell'uso del perché, mi sorge immediatamente un pensiero negativo, o meglio una domanda che giustifica coloro i quali ritengono che domandarsi il perché può alla fine rivelarsi come una perdita di tempo, o meglio, direi io, una strada che ha un inizio e non ha alcuna fine. Sì perché nella mia esperienza, mi sono ritrovato a pormi delle domande a cui la ragione non può dar risposta, un inciampo in cui sono capitati anche grandi pensatori del passato, uno fra tutti il filosofo di Königsberg, quel Kant che rilevò come il destino della ragione umana è quello di porsi questioni "che non può evitare" a cui "non può dare risposte". A questo punto il problema diventa insormontabile per la stessa ragione, tanto da porsi un'ulteriore domanda: è giusto porsi tale domanda? Oppure dovremmo dar ragione a chi ritiene che sia meglio adottare come obbiettivo delle domande il come ed il quando e scansare come la peste il perché?