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SCUOLA/ Perché vale ancora la pena di studiare filosofia?

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Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)  Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)

Una volta Oscar Wilde ha scritto che a dare risposte son capaci tutti, mentre è per porre la vere domande che ci vuole un genio. Ma si può imparare ad essere un genio? Verrebbe da rispondere di no, poiché la genialità è quasi un talento naturale o una dote eccezionale del singolo individuo. Eppure, se ci pensiamo, c’è una sorta di “genialità” che appartiene quasi nativamente alla nostra intelligenza (indipendentemente dal fatto di essere poi dei “geni”). E’ quello di cui parla Cartesio all’inizio del Discorso sul metodo (1637): la cosa meglio distribuita al mondo, quella “naturalmente uguale in tutti gli uomini” è il buon senso o ragione, vale a dire “la capacità di giudicare rettamente, discernendo il vero dal falso”; e la diversità delle nostre opinioni non deriva dal fatto che alcuni possiedano una quantità maggiore di intelligenza rispetto ad altri, ma dal fatto che seguiamo strade diverse e non prendiamo in considerazione le stesse cose. Per questo, come avverte in maniera fulminante Cartesio, “non basta avere un buon ingegno: l’essenziale è applicarlo bene”. E questo sì che lo si può imparare, nel senso che si può – e si deve anche, se non si vuol rinunciare al proprio ingegno – imparare a riconoscere la via attraverso cui esercitarlo, ossia il “metodo” richiesto per raggiungere la verità (ed evitare la falsità). Per questo non è contraddittorio dire che geni si nasce nella misura in cui lo si diventa.

Forse è a questo livello che si può tentare di rispondere alla domanda se valga (ancora!) la pena studiare filosofia. Le soluzioni tradizionali di tale quesito (soprattutto in riferimento alla collocazione della disciplina “filosofia” nei curricula scolastici) consistevano prevalentemente nel rivendicare due tipi di funzione a questo insegnamento: una funzione per così dire “architettonica”, secondo la quale la filosofia avrebbe il compito di connettere in un quadro unitario i diversi campi del sapere prospettando l’obiettivo cui tutte le conoscenze tendono;  e una funzione “critica”, grazie alla quale gli studenti possano esercitare una riflessione e una valutazione del loro stesso sapere e delle motivazioni delle loro azioni. La prima funzione è oggi probabilmente molto più indebolita rispetto alla tradizione storicistica italiana, quella che aveva trovato un’espressione paradigmatica nella riforma Gentile della scuola. Una tradizione nella quale tuttavia rientravano, se pure in modi e con prospettive molto diverse, anche altre tendenze, come quelle dello storicismo crociano o della filosofia gramsciana della prassi, del neo-illuminismo laico o dell’ermeneutica di tradizione religiosa.



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COMMENTI
21/07/2012 - Domande a cui non possiamo rispondere (Mattia De Giosa)

"...la ragione delle cose chiede sempre la nostra ragione per dar prova di sé". Leggo con piacere questo articolo che prova a difendere lo studio della filosofia, in un mondo in cui ormai le uniche domande titolate ad essere poste sono quelle che riguardano il come ed il quando, e molto spesso anche il quanto. Un mondo in cui domandarsi il perchè sembra ormai un'inutile perdita di tempo! Sono quindi già a rilevare che la controtendenza di questo articolo è già insita nel suo titolo che incomincia con un "perché". Nonostante questa mia positiva constatazione dell'uso del perché, mi sorge immediatamente un pensiero negativo, o meglio una domanda che giustifica coloro i quali ritengono che domandarsi il perché può alla fine rivelarsi come una perdita di tempo, o meglio, direi io, una strada che ha un inizio e non ha alcuna fine. Sì perché nella mia esperienza, mi sono ritrovato a pormi delle domande a cui la ragione non può dar risposta, un inciampo in cui sono capitati anche grandi pensatori del passato, uno fra tutti il filosofo di Königsberg, quel Kant che rilevò come il destino della ragione umana è quello di porsi questioni "che non può evitare" a cui "non può dare risposte". A questo punto il problema diventa insormontabile per la stessa ragione, tanto da porsi un'ulteriore domanda: è giusto porsi tale domanda? Oppure dovremmo dar ragione a chi ritiene che sia meglio adottare come obbiettivo delle domande il come ed il quando e scansare come la peste il perché?