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SCUOLA/ Diventeremo il Paese del liceo artistico?

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Così assistiamo da anni ad una lievitazione del liceo artistico (+0,2%) che sta mutando la propria identità. Da luogo specializzato e prezioso nel quale si coltivavano talenti in erba (con troppo poca cultura generale però), sembra essere divenuto il luogo di coltura di tutta la diversità e la aspirante creatività di un paese fantasioso come il nostro. E visto che, a partire dalla pubblicità, trionfa oggi l’esaltazione di chi non segue le regole, dopo averle peraltro imparate tutte, pare che il messaggio sia stato ben recepito.

Ed è da sperarsi che la ancor più significativa lievitazione (+0,6%) del liceo linguistico aiuti ad innalzare il livello delle competenze linguistiche dei giovani italiani che, nel loro complesso, non sembrano aver tratto giovamento dal notevole aumento che negli ultimi decenni il legislatore aveva disposto per le ore di lingue straniere nei piani di studio. E che questo liceo non si trasformi in una versione di massa del liceo per signorine, già in auge nella Milano negli anni 50.

Ed è altrettanto auspicabile che il liceo delle scienze umane (che tiene con uno -0,1%), giustamente orbato di una immediata finalizzazione magistrale (che però, almeno dal punto di vista delle formazione del singolo, rendeva più solidi quegli studi) non divenga una corsia obbligata verso i lidi professionali indefiniti che si profilano dopo le inevitabili prosecuzioni universitarie in Scienze della formazione e della comunicazione.

Si spera anche che dalla costola del liceo economico sociale che fatica a decollare  nasca un liceo economico vero, che si affianchi ai nostri tradizionali classico e scientifico. I quali – si è visto sopra – non stanno troppo bene, dovendo subire la concorrenza di una licealità meno arcigna, se non più “leggera”, che garantisce l’ambita coccarda di liceali senza dover pagare troppi dazi.

Credere che la famiglie scelgano principalmente dopo una ponderata valutazione dei diversi piani di studio sarebbe ingenuo. La scelta degli studi per i figli in realtà si gioca sulle ipotesi di collocazione sul lavoro ma soprattutto, in tempi di vacche grasse,  sul prestigio sociale. Gli apporti cognitivi attesi non sono, ahimè, così importanti in una paese come il nostro in cui la scarsa mobilità sociale non si basa sul merito scolastico come in Francia, ma sulla appartenenza.

Aprendo una parentesi, andrebbe valutato accuratamente questo aspetto da parte di chi teme che la pubblicità dei risultati delle prove del Servizio Nazionale di Valutazione spingerebbe alla polarizzazione ed alla gerarchizzazione sociale nelle scelte delle scuole. Le famiglie, non solo italiane, scelgono le scuole private o le pubbliche di élite non solo o non tanto perché vi si impara di più, ma per la frequentazione dei pari sociali e per la ampiezza ed il livello dell’offerta formativa complessiva. Ciò sembra valere (Ocse-Pisa 2009, Focus n.7) anche nelle nazioni in cui il livello degli apprendimenti ha un valore predittivo più alto che in Italia rispetto alla futura collocazione lavorativa e sociale.



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