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SCUOLA/ Capano: il valore legale, ecco come farne a meno

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New York (InfoPhoto)  New York (InfoPhoto)

Primo, che le Pa non sono capaci di fare il loro mestiere e vogliono semplificarsi le operazioni. Secondo, poiché nell’immagine di molti il voto è un criterio ammantato di oggettività, le Pa hanno utilizzato il voto di laurea come uno dei criteri. Attenzione: in tutti i Paesi del mondo c’è un qualche meccanismo – per ora accontentiamoci di chiamarlo così – mediante il quale l’autorità pubblica, direttamente o indirettamente, dice che i titoli di studio vanno bene o non vanno bene. Nei Paesi anglosassoni si chiama accreditamento.

Come mai, abolizione o no, il «pezzo di carta» è considerato il primo responsabile di uno «svuotamento» del valore reale a vantaggio dell’uniformità?

Prendiamo gli Stati Uniti, e nel caso specifico una laurea di primo livello in political science conseguita negli atenei di Berkeley, di Stanford e in un’anonima università dello Utah. Nel sistema americano tutti questi enti e titoli devono essere accreditati da agenzie private o pubbliche adibite a questo scopo. Nel momento in cui viene bandito un posto per una posizione molto elevata nel governo federale, 99 volte su 100 il neolaureato con il bachelor dello Utah non farà domanda, la faranno invece i due giovani laureati a Stanford e a Berkeley. Perché si sa benissimo che chi è uscito da Stanford o Berkeley, stesso titolo, stesso contenuto formativo, è sicuramente più bravo di chi si è laureato nell’università dello Utah.

Lei discrimina in partenza.

No, il punto è un altro, e cioè che Berkeley, Stanford e Utah si «scelgono» gli studenti. Da noi, invece, la vicenda ha un esito ironico: molti «abolizionisti» in realtà vorrebbero che venisse sancito un peso diverso a parità di titolo, in modo tale da rispecchiare la differenza qualitativa in base all’università che ha rilasciato il diploma. Ma l’idea di legalizzare le differenze è incostituzionale e iniqua socialmente.

Semplificando?

Se uno studente si laurea nel Politecnico di Torino o di Milano tutti sanno che sarà generalmente migliore di quello che si laurea nel Politecnico di Bari. Ma non può esserlo in virtù del fatto che l’università è «attestata» come migliore, bensì perché operano dei meccanismi per cui gli studenti che si iscrivono al Politecnico di Milano sono normalmente più bravi di quelli che si iscrivono a Bari.

Allora cosa deve fare lo Stato?

Assicurare che il contenuto formativo del percorso di studi rispetti un determinato standard. Questo è il senso dell’accreditamento: fissare i requisiti minimi di contenuto e qualità dei corsi di studio.

Anche noi avremo un sistema accreditato. L’Anvur vi sta lavorando.

Ciò vuol dire che tutti i corsi di studio di una determinata classe o settore dovranno essere accreditati. Ma il rischio insito nel sistema in fase di elaborazione, e che si tratterebbe di evitare, è quello di premiare non il portatore della conoscenza, che è sempre lo studente, ma l’ateneo in quanto tale, il «dove» uno si è laureato.

Ma non è l’esito inevitabile?



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COMMENTI
17/04/2012 - il difficile è da venire (francesco taddei)

Bella intervista ma troppo velata. 1) "Assicurare che il contenuto formativo del percorso di studi rispetti un determinato standard" significa selezionare istituti e condizionare i fondi al rispetto di tali standard. 2) "Meccanismi naturali e spontanei" per scegliere gli studenti significa test d'ingresso e che siano difficili, con borse di studio per squattrinati ma meritevoli. E aggiungo io 3) attuazione della possibilità di far entrare capitale privato nella ricerca con conseguente revisione dei criteri di assegnazione di assegni di ricerca. CONCLUSIONE: totale ribaltamento dell'ideologia sessantottina cattocomunista dell'uguaglianza e del diritto allo studio. In bocca al lupo a chi ci proverà!