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SCUOLA/ Capano: il valore legale, ecco come farne a meno

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New York (InfoPhoto)  New York (InfoPhoto)

La consultazione pubblica voluta dal governo sul valore legale del titolo di studio si concluderà il 24 aprile. Ad oggi non è dato sapere in quanti hanno partecipato e qual è l’opinione di chi si è espresso su uno dei temi più «politici» del nostro dibattito pubblico. È un fatto che il nostro sistema universitario soffre di tanta, troppa uniformità, a tutto svantaggio della reale possibilità di scelta da parte degli studenti. Secondo Giliberto Capano, docente di Scienza politica nell’Università di Bologna, il peso assunto nel dibattito pubblico dal tema del valore legale è spropositato, perché la vera questione è un’altra.

Professore, cosa pensa della consultazione pubblica avviata dal governo?

Non l’avrei mai fatta. Mi sembra un’iniziativa demagogica, incentiva l’ideologismo che grava sul dibattito nostrano relativo alle politiche pubbliche. Sarebbe stato più utile un report comparato per capire e far capire come funziona negli altri Paesi. Ho grande stima per il presidente del Consiglio, ma un’iniziativa come la sua dimostra quanto sia confuso il tema del valore legale.

Partiamo dall’inizio. Perché il tema del valore legale del titolo di studio è così controverso?

Perché nessuno sa esattamente cosa vuol dire e tutti si immaginano che sia qualcosa di terribilmente rilevante. Invece, non lo è. È una questione di percezione collettiva, sia per coloro che sono a favore, sia per coloro che sono contro.

Da dove deriva questa confusione?

Si pensa che con l’abolizione del valore legale si attui la competizione tra le università, la sola in grado di dare «sostanza», finalmente, al «pezzo di carta». Ci vorrebbe dunque una legge che dicesse che il titolo di studio non ha più valore legale. Prima osservazione: ma siamo sicuri che ci sia realmente qualcosa da abolire? Facciamo un passo indietro, le faccio io la domanda: cosa vuol dire valore legale del titolo di studio? Probabilmente mi dirà: vuol dire che le pubbliche amministrazioni chiedono una laurea per accedere ai concorsi.

Nei fatti, è così.

Ebbene, è ragionevole che la Pa, come del resto accade in tutto il mondo per posizioni da una certa qualifica in su, chieda che il candidato abbia un certo titolo di studio. Ciò che viene contestato da coloro che sono per l’abolizione, è che il voto di laurea venga utilizzato come uno dei criteri per la selezione. Ma non c’è nessuna legge che obbliga a farlo. Il fatto che le amministrazioni usino il voto di laurea come uno dei criteri per valutare i candidati, e il fatto che le stesse amministrazioni dicano che per certi posti occorre la laurea in giurisprudenza piuttosto che un’altra, non sta scritto in nessuna legge. È una pratica delle Pa.

Allora qual è il problema?



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COMMENTI
17/04/2012 - il difficile è da venire (francesco taddei)

Bella intervista ma troppo velata. 1) "Assicurare che il contenuto formativo del percorso di studi rispetti un determinato standard" significa selezionare istituti e condizionare i fondi al rispetto di tali standard. 2) "Meccanismi naturali e spontanei" per scegliere gli studenti significa test d'ingresso e che siano difficili, con borse di studio per squattrinati ma meritevoli. E aggiungo io 3) attuazione della possibilità di far entrare capitale privato nella ricerca con conseguente revisione dei criteri di assegnazione di assegni di ricerca. CONCLUSIONE: totale ribaltamento dell'ideologia sessantottina cattocomunista dell'uguaglianza e del diritto allo studio. In bocca al lupo a chi ci proverà!