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SCUOLA/ Capano: il valore legale, ecco come farne a meno

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New York (InfoPhoto)  New York (InfoPhoto)

No. Le faccio ancora un esempio: io posso essere convinto che la facoltà di scienze politiche a Bologna sia una delle migliori d’Italia, ma non credo affatto che tutti gli studenti che si laureano in scienze politiche a Bologna siano eccellenti. Anzi, ho la certezza che il 20-25 per cento degli studenti che si laureano in scienze politiche in un’altra facoltà mediocre, siano meglio del 20-25 per cento che si laurea a Bologna. Occorre costruire un sistema di ranking delle università sulla base del fatto che le università migliori attraggono gli studenti migliori. Solo così lo studente è realmente al centro.

In altri termini, quali sarebbero gli errori da evitare?

Possiamo accreditare quanto e come vogliamo, l’importante è non ragionare sulla base del migliore dei mondi possibili, ma in concreto e sulla base delle analisi comparate. Esse ci dicono che in tutti i sistemi occidentali i flussi degli studenti sono coordinati: ci sono meccanismi naturali e spontanei mediante i quali gli studenti maturati più bravi vengono attratti e vanno in alcune università.

Mettiamoci dal punto di vista delle famiglie: come possono essere messe in condizione di scegliere?

Sotto questo punto di vista, è lo Stato ad essere deficitario. Lo Stato dovrebbe rendere pubblici e fruibili i ranking della qualità complessiva dei corsi di studio. Lo scopo è far sapere a chi ha intenzione di fare ingegneria che a Torino avrà una qualità nettamente superiore a quella di chi la farà a Messina. Il figlio povero dell’operaio di Trapani portato per lo studio potrà fare ingegneria a Torino? Attualmente, di diritto, sì, ma non di fatto. Invece, nei grandi sistemi in cui le università possono scegliere i più bravi, esse hanno anche i migliori mezzi per prendersi i più bravi «senza mezzi». Harvard aveva i soldi per dare una borsa di studio a quello studente squattrinato, ma con grandi qualità, che era Bill Clinton.

Cosa manca?

Il coraggio di fare le classifiche della qualità, e i mezzi per garantire ai meritevoli senza mezzi di fare bene dove possono effettivamente farlo. Poi non dovremmo distinguere per università: troppo generico, ma per facoltà e corso di laurea. In Italia non abbiamo Oxford e Cambridge, che sono eccellenti in tutto. Il problema della nostra didattica – ma sto parlando anche della ricerca – è che abbiamo l’eccellenza distribuita, solo più concentrata nei grandi atenei generalisti. Quindi i ranking da noi dovrebbero essere fatti per struttura didattica, non per università.

Le cose da fare subito?

Uno dei problemi della politica universitaria – ma anche scolastica – in Italia è che tutti pensano alle «cose da fare subito» e nessuno, invece, ad una strategia articolata di medio periodo. La cosa da fare subito sarebbe elaborare un piano con relative scadenze che ci porti nell’arco di 5-7 anni a funzionare come funzionano i sistemi virtuosi. E infine, togliersi dalla testa che esistano soluzioni semplici a problemi complessi.

(Federico Ferraù)




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COMMENTI
17/04/2012 - il difficile è da venire (francesco taddei)

Bella intervista ma troppo velata. 1) "Assicurare che il contenuto formativo del percorso di studi rispetti un determinato standard" significa selezionare istituti e condizionare i fondi al rispetto di tali standard. 2) "Meccanismi naturali e spontanei" per scegliere gli studenti significa test d'ingresso e che siano difficili, con borse di studio per squattrinati ma meritevoli. E aggiungo io 3) attuazione della possibilità di far entrare capitale privato nella ricerca con conseguente revisione dei criteri di assegnazione di assegni di ricerca. CONCLUSIONE: totale ribaltamento dell'ideologia sessantottina cattocomunista dell'uguaglianza e del diritto allo studio. In bocca al lupo a chi ci proverà!