BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Ecco perché la cultura classica "aiuta" la conoscenza

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Foto: InfoPhoto  Foto: InfoPhoto

Dal concetto di giustizia prende corpo e si struttura il diritto, articolato in diritto privato e diritto pubblico. Esso si considera diritto legittimo, quando è regolato da norme statale, mentre ci si riferisce al diritto naturale, quando è retto da leggi intrinseche della natura, “ciò che ha la stessa forza dappertutto ed è indipendente dalla diversità delle opinioni”.

Ma la capacità del pensiero di Aristotele di essere sempre attuale è da ricercare nella sua definizione di equità, infatti, delineandone il concetto egli sostiene che: "è la rettificazione della legge là dove si rivela insufficiente per il suo carattere universale". Sostiene che in quanto il giusto e l’equo possono essere considerati la stessa cosa, ma l’equo ha un valore maggiore, poiché la legge nella sua universalità potrebbe essere soggetta ad errore.

L’equo, dunque, è un concetto e una “procedura” che si applica quando si intende perseguire la “giustizia massima” e non si vuole commettere un sopruso derivante da un’applicazione rigida – oggi diremmo burocratica o restrittiva -  dalla legge.

Infatti, nel dibattito sul ruolo e sulla finalità della politica, negli ultimi due secoli si è discusso molto di giustizia e delle modalità più utili per edificare una società giusta o per alcuni “più giusta”.

Sulla scena politica e nel dibattito pubblico attivato dai filosofi della politica e dai politologi, dagli economisti, dai giuristi e dai sociologi si sono confrontati due grandi ideologie, quella che si ispira alla libertà e quella che, invece, si richiama alla eguaglianza. Nel corso del Novecento abbiamo assistito al fallimento di entrambe le prospettive, che si sono cristallizzate in “ideologie” e hanno teso a giustificare lo status quo. Infatti, sia il funzionamento del libero mercato senza regole, sia la pianificazione estrema dell’economia e delle relazioni sociali dei paesi totalitari hanno prodotto risultati insufficienti.

Ora la strada da intraprendere potrebbe ripartire proprio dal concetto di equità e su questo argomento Alaine Touraine, in modo molto chiaro e perentorio, sostiene che: «L’equità è l’eguaglianza delle opportunità, la quale presuppone misure a favore di chi è svantaggiato: e richiede in particolare la volontà di combattere il dualismo sociale e la dissoluzione culturale. L’eguaglianza, invece, non è principio d’organizzazione sociale, quando lo diventa, ciò accade per imporre alla popolazione il potere assoluto di uno Stato» . Sempre Touraine, in merito al ruolo esercitato dalle istituzioni nel sostenere una politica di eguaglianza, ricorda che: «Essa non può essere messa in pratica attraverso misure di livellamento o di standardizzazione [delle azioni degli attori], ma solo attraverso un’azione volta specificamente contro gli effetti dell’ineguaglianza sociale: eguaglianza ed equità sono complementari, ma solo la loro distinzione assicura il legame fra l’eguaglianza e la democrazia».

A questo proposito una riflessione utile potrebbe partire proprio dall’analisi dell’esplosione dell’attuale crisi finanziaria americana che ha investito l’economia globale, come direbbe Max Weber: una crisi amplificata dal non rispetto dell’etica della responsabilità istituzionale, professionale e personale. Infatti, l’ingiustizia è divenuta di dominio pubblico mondiale, quando sono stato rese note le notizie relative al fatto che i dirigenti delle grandi banche che hanno portato alla rovina i loro clienti avevano stipendi da milioni di dollari e con il fallimento in corso si erano assegnati bonus incredibili.

In realtà, di fronte a questi comportamenti ingiustificabili il premio Nobel per l’economia Kenneth Galbraith nel suo famoso saggio sulla Storia della economia, citando Aristotele, ricorda che già nell’antica Grecia: “ Dopo aver identificato la natura della moneta e della coniazione, Aristotele procede a considerare l’accumulazione di denaro, che nella sua forma pura trova detestabile: gli accumulatori di denaro fanno di tutte le facoltà e arti dell’uomo puri “mezzi per procurarsi ricchezze nella convinzione che sia questo il fine e che a questo fine deve convergere ogni cosa”. Come nel caso della sua posizione sull’usura, quest’osservazione di Aristotele ha conservato la sua validità nel corso dei secoli. Un notevolissimo esempio moderno dell’osservazione aristotelica è indubbiamente offerto dal giovane finanziere che subordina ogni sforzo e coscienza personale al frutto pecuniario, e su questa misura ogni risultato personale. Forse a Wall Street bisognerebbe leggere ancora Aristotele”.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >