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SCUOLA/ Caro ministro, non basta un clic per educare i giovani

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Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)

Ecco allora, la nascita di programmi di “investimento in istruzione (incoraggiare le persone ad apprendere, studiare ed aggiornare le loro competenze), in ricerca/innovazione (creazione di nuovi prodotti/servizi in grado di stimolare la crescita e l’occupazione per affrontare le sfide della società) e nella società digitale (uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione)” (da Europa 2020).

Per la “crescita intelligente” l’Europa intende mettere a disposizione livelli di investimento (pubblico più privato) pari al 3% del Pil, che si connette, tuttavia alla difficoltà del nostro Paese di accedere ai fondi europei. Ne riferì lo stesso ministro Profumo nel corso dell’audizione alla VII Commissione del Senato l’11 gennaio scorso, per la quale si avvalse dei dati statistici fornitigli dalla sua Direzione generale per l’internazionalizzazione della Ricerca. Il ministro osservò che sul VII Programma Quadro 2007/2013, che ha impegnato circa 50 miliardi di euro complessivi e che riguarda anche la trasformazione tecnologica, il contributo dell’Italia è stato pari circa al 15 per cento, ma lo sfruttamento non ha superato l’8,5 per cento circa. 

Da questo punto di vista, il nuovo Atto di indirizzo, cui ora torniamo, si allinea perfettamente alla prospettiva europea, in quanto orienta l’azione del dicastero presieduto dall’ex presidente del Cnr all’assolvimento di competenze verso la stessa società civile, come la realizzazione di infrastrutture nazionali in materia di e-government e servizi online oppure di politiche di trasparenza dei dati pubblici (vedi “Scuola in chiaro” di cui s’è già detto) o, ancora, di alfabetizzazione informatica. Sullo sfondo, o meglio, all’orizzonte, come indica lo stesso programma, c’è Horizon 2020, il progetto europeo che raggruppa tutti i finanziamenti dell’Ue per la ricerca e l’innovazione in un unico quadro di riferimento e che destina oltre 74 miliardi di euro (quasi il doppio della finanziaria Monti) per una serie di obiettivi, tra i quali la “società inclusiva, innovativa e sicura”. 

Che la scuola debba diventare un ganglio della futura Smart City, insieme all’università, pare che per il ministro non vi siano dubbi. Per venire all’oggi, può essere utile leggere in questa luce la direttiva inviata recentemente alla scuole sui libri di testo: dall’anno scolastico prossimo scompariranno i manuali esclusivamente cartacei, a favore di strumenti digitali o scaricabili da internet. 

Ci permettiamo di consigliare anche l’attivazione di una profonda riflessione sul cambiamento in atto nel paradigma conoscitivo cui la digitalizzazione obbliga. Inutile paventare pericoli, visto che la tecnologia collegata all’informazione ormai si impara dai banchi dell’asilo. E tuttavia è d’obbligo chiedersi se non si stia giocando una grossa partita che attraversa non solo la nostra economia, ma soprattutto la nostra vita. La cultura non è neutra, nemmeno quella digitale e la scuola non potrà mai diventare una web community in cui si apprende con un clic. La scuola è anzitutto trasmissione di modelli che si apprendono per osmosi, da persona a persona. Se non c’è il soggetto, scompare anche il mezzo, si chiami “Lim” o “e-book”. Non vorremmo davvero che nell’impetuosità di un nuovo illuminismo ce ne dimenticassimo. 



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