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SCUOLA/ L’inglese nelle università? Farà "scoppiare" le superiori

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Studenti al Politecnico di Torino (InfoPhoto)  Studenti al Politecnico di Torino (InfoPhoto)

Gli articoli comparsi in questi ultimi giorni sui giornali riportano l’attenzione sulla centralità del ruolo delle lingue straniere in una realtà in rapida evoluzione. Il dibattito ha riguardato, ma non solo, la scelta del rettore Giovanni Azzone del Politecnico di Milano di effettuare la didattica unicamente in inglese nel biennio finale e nei dottorati a partire dal 2014. Sicuramente è un segnale forte, motivato innanzitutto dalle maggiori possibilità di attrarre studenti stranieri e in secondo luogo di offrire agli studenti italiani maggiori opportunità lavorative all’estero o nelle multinazionali con sede in Italia, ma nello stesso tempo questa scelta attirerà docenti stranieri. Il ministro Profumo, nell’intervista comparsa su La Stampa del 13 aprile, specifica che “questa novità non dovrà essere introdotta in tutte le università, ma in alcuni atenei di prestigio e in alcuni settori”.

Questa però non è una realtà isolata. Il 9 maggio si terrà una tavola rotonda nell’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Torino per dare visibilità alle due realtà torinesi, Università degli Studi e Politecnico di Torino, dove l’introduzione di corsi in lingua inglese è ormai una realtà consolidata da anni. Questa si configura sempre più come una scelta obbligata per gli atenei, finalizzata a realizzare l’eccellenza formativa e a incidere fortemente sul lavoro dei docenti della scuola secondaria di secondo grado. Il dibattito intende perciò affrontare le problematiche che questo comporta, considerando l’effettiva ricaduta sull’apprendimento, già rilevata negli anni di sperimentazione, e allo stesso tempo avviare un confronto su come queste trasformazioni coinvolgano i docenti della scuola secondaria superiore.

Saranno presenti il preside della III Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino,  prof. Paolo Camurati, il direttore della Scuola di Dottorato in Scienze della natura e tecnologie innovative, prof. Elio Giamello,  docenti del Master europeo di scienze dei materiali, tutte realtà universitarie in cui da anni i corsi si svolgono unicamente in lingua inglese. Una scelta motivata non solo dalla presenza di molti studenti stranieri nelle nostre università, ma anche dal fatto che molti testi specialistici sono unicamente in inglese e che le tesi in inglese costituiscono una presentazione ben più significativa nel momento in cui si deve presentare il proprio curricolo per accedere a realtà internazionali. Si tratta quindi di attrezzare i nostri studenti per far fronte alle richieste del mercato del lavoro nel prossimo futuro.

Il ministro Profumo nella già citata intervista afferma che “chi si iscrive ad alcune facoltà deve già possedere solide proprietà linguistiche. Non può essere l’università a farsene carico, se non in fase transitoria. Bisogna cominciare prima”. Ecco che il problema ritorna sulla didattica delle lingue straniere nelle nostre scuole.

Il piano d’azione dell’Unione europea 2007-2013 ha come obiettivo la conoscenza di almeno due lingue oltre alla propria lingua madre attraverso il programma trasversale incentrato sulla “promozione dell’apprendimento delle lingue e su pratiche innovative basate sulle nuove tecnologie”. 



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COMMENTI
14/05/2012 - Lingue (Antonio Servadio)

Mi associo al 100% con tutto quanto ben esposto dal lettore Sig. Alberto. Purtroppo molti insegnanti non sono preparati per quel tipo di approccio e insistono sulla trasmissione di discutibili interpretazioni "culturali" presumibilmente associate alla lingua straniera, col risultato di far sia poca cultura sia poca pratica di lingua corrente. Ad es. per quale motivo fissarsi sull'Inglese in versione British ignorando snobisticamente l'Inglese USA o il cosiddetto "international", che non è meno utile (anzi probabilmente più utile) nel campo degli affari e delle relazioni internazionali?

 
19/04/2012 - Lingue (Alberto Consorteria)

Lo spagnolo è studiato di più per l'immagine festaiola della Spagna e perché è più facile. Latino, greco e studi classici sono stati sinora formidabili nello strutturare una mente ampia e non ristretta, non li toccherei (e si insegna la letteratura più della lingua). Non si capisce perché anche dell'inglese si insegna la letteratura più della lingua. A nessuno importa dell'inglese per la cultura inglese, ma per usarlo (lo scopo dell'insegnamento è pratico). Quelli che insegnano inglese, invece, provengono dalle facoltà di lingua inglese, dove hanno imparato la letteratura. Risultato? Anni spesi su Shakespeare o Joyce, ma oggi non saprei scrivere una presentazione aziendale in inglese, o un paper per una discussione (QUESTO OGGI CHIEDE IL MERCATO). QUESTO inglese va insegnato. QUESTO francese e tedesco dovrebbero poter essere opzionali. Non vogliamo Goethe, vogliamo poter discutere. NON SIGNIFICA SVENDERE LA CULUTURA AI MERCATI, ma dividere i compiti educativi tra chi lancia in un universo culturale, e chi lancia nel lavoro. A Latino, Greco, Italiano (e storia e filosofia) il compito di accedere a un universo culturale. A Inglese e a una eventuale seconda lingua il solo compito di accedere al mercato del lavoro. Lì la cultura arriverà se lo studente, coi suoi armi e bagagli, e la sua curiosità, lo vorrà, recuperando Shekespeare, Goethe, Mann...

 
19/04/2012 - Se il decisore ignora il contesto.. (Franco Labella)

Scrive Tiziana Chiara: "Ciononostante i decisori politici dimostrano scarsa conoscenza dei documenti europei, la riforma Gelmini ha addirittura abolito la seconda lingua straniera, fatta eccezione per gli istituti tecnici commerciali e i licei linguistici, e ridotto il numero di ore per la prima lingua straniera." Cattivo segnale quando il decisore politico ignora il contesto perchè vuol dire che "il nuovo che avanza", in realtà è il "vecchio che prosegue" con l'effetto annuncio. Nello specifico, poi, ci sono posizioni critiche come quella di Raffaele Simone qualche giorno fa su Repubblica. La storia, purtroppo, sembra ripetersi. E' sempre di questi giorni l'ennesima esternazione del Ministro favorevole alla introduzione della Educazione finanziaria nelle scuole. Bene, si direbbe, vuol dire che c'è una diversa consapevolezza sullo studio di carattere economico. "Nessuna nuova materia ma solo educazione trasversale". Qualcuno avvisi il ministro che il riordino gelminiano ha eliminato lo studio dell'Economia e, soprattutto, che questa idea ripetuta che le educazioni trasversali anche su temi specifici come questo possano sopperire a contenuti disciplinari specifici è veramente inconsistente sul piano scientifico. "Ce lo chiede l'Europa"... ma l'Europa ci chiedeva anche di non abolire lo studio del Diritto e dell'Economia. Altro che Educazione finanziaria affidata a colleghi non formati quando i docenti di Economia vanno in esubero e sono in predicato di licenziamento.