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SCUOLA/ Barbati (Cun): vi spiego l’"eutanasia" del valore legale

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Con un accreditamento serio. Occorre accertare la qualità dei percorsi di studio attraverso la verifica dell’esistenza effettiva dei requisiti minimi per poter rendere un servizio di qualità. Si prevede che sarà l’Anvur a farlo, operando per conto del ministero. Rimane il fatto che non è una cosa semplice.

Dove sta la difficoltà?

È una questione delicata, perché ci muoviamo sul terreno di autonomie costituzionalmente garantite – universitaria, didattica, della ricerca, – e quindi i requisiti minimi devono essere fissati in termini il più possibile oggettivi, freddi, tali da non interferire con la necessaria autonomia dell’ateneo. Occorre elaborare criteri che non vadano a compromettere o intaccare questi spazi di autonomia.

Ma in concreto quale forma dovrebbe assumere il lavoro dell’Anvur? Dirci quali sono le università migliori?

No, solo fissare l’«asticella» dei requisiti minimi. L’accreditamento, anche periodico, non è funzionale a decidere chi è il più bravo, ma a dire chi non può stare sul mercato. Oggi infatti abbiamo atenei che sono riconosciuti come tali senza avere le condizioni strutturali per esserlo. Una classifica tra l’altro sarebbe opinabile, pericolosissima se fatta da un soggetto centrale come l’Anvur, e potrebbe anche addurre complicazioni di tipo giudiziario.

Fatto l’accreditamento?

A quel punto le università sono libere, in base ai servizi che rendono, di aggiudicarsi i migliori studenti. Detto questo, dobbiamo anche confidare nel fatto che l’effettivo patrimonio di conoscenze di una persona emerge, e comunque viene verificato dal mondo delle professioni. Già oggi non si può dire, quindi, che tutte le lauree sono uguali.

Non per i privati, ma per il settore pubblico, sì.

In realtà, non tutti i laureati in giurisprudenza quando sostengono il concorso per l’accesso a una fascia dirigenziale hanno lo stesso tipo di rendimento: c’è un momento di verifica in cui si accerta il reale possesso delle conoscenze e delle competenze. Possono esserci delle difficoltà nella selezione, ma non si risolvono eliminando il cosiddetto valore legale del titolo; anzi, così facendo potrebbero perfino amplificarsi, perché si aumenterebbe il margine di discrezionalità delle commissioni. A meno che non si voglia prefigurare dei percorsi privilegiati per chi ha studiato in un certo ateneo... Se arrivassimo a questo, sarebbe il fallimento della capacità dello Stato di certificare i soggetti che operano nel settore.

Se lei fosse stata nel Consiglio dei ministri del 27 gennaio scorso, quando ci fu il dietrofront sull’abolizione del valore legale, che cosa avrebbe detto?



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COMMENTI
24/04/2012 - titoli legali (Alberto Consorteria)

Leviamo il titolo di studio, e introduciamo una classifica delle riviste per i concorsi universitari. La macchina statale ci ha proprio rincitrullito il cervello, via il valore legale, e dentro chi vuole lavorare, non i portaborse dei professori, pagati col denaro pubblico per NON fare ricerca, ma per fare i segretari dei prof.