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SCUOLA/ Cosa "accade" nella testa di uno studente quando traduce?

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Se poi, con qualche passaggio ulteriore, dovessi rischiare una traduzione (mi perdoni chi è più abile in materia), non mi dispiacerebbe dire che il tema dell’opera in questione è: “Il ritratto della vita onorevole”. Dopo una prima, approssimativa ma giusta, comprensione sono riuscito anche a tradurre in italiano. E adesso che lo so? Direi che, se a una prima lettura vedevo solamente le nubi che nascondevano un paesaggio, ora si è delineato chiaramente un contorno. Ammetto che dopo avere tradotto questo titolo sto meglio, perché so più chiaramente a che cosa vado incontro leggendo l’opera. Voglio dire che tradurre, pur essendo un’operazione limitata e non esaustiva nella comprensione di un testo, tuttavia non è una cosa indifferente, nel senso che fa la differenza, in meglio. Essa infatti permette di sottrarre all’indefinitezza le parole di un’altra lingua, o meglio di porle sotto una luce che le rende visibili a tutto tondo: un conto è avere chiaro il senso generale dell’espressione formula vitae honestae, altro è conoscerne il significato particolare, che identifico attraverso la mia lingua materna; traducendo (si intende: con cognizione di causa e in modo adeguato) si introduce quella differenza specifica che rende la mia comprensione del testo più profonda.

Tornando a riflettere sul tipo dello studente liceale medio, vien da domandarsi se il processo descritto possa valere anche per lui; io, tutto sommato, ho un’esperienza maggiore della sua in materia, una laurea e alcuni anni di insegnamento alle spalle... ma lui, potrebbe farcela a fare come me? Inversamente, io alla sua età ero in grado di ragionare così? Se devo essere franco, rispondo di no. Ritengo cioè che il metodo linguistico che conduce alla comprensione dall’interno di una lingua, e che contempla perciò il momento della traduzione come fase non esclusiva né iniziale, sia sostanzialmente valido, e che però esso sia assimilabile gradualmente, e non conduca sempre all’immediato successo. Benché la teoria sulla materia sia chiara e lineare, all’atto pratico il cammino di apprendimento di uno studente non tiene il passo con la stessa agilità; questo perché il tradurre – comunque ci si arrivi – presenta una sua oggettiva difficoltà. Non c’è da stupirsi se, pur guidando gli studenti con sapienza verso la traduzione, essa risulterà loro in certa misura un esercizio ostico. Che cos’ha dunque di speciale il fatto di tradurre?

Non voglio entrare ora in merito alla validità del metodo natura piuttosto che di quello tradizionale, sui quali si è scritto con perizia su queste pagine. Mi pongo piuttosto la domanda: che cosa accade quando uno studente liceale è all’opera nel tradurre? Ricordo con piacere il caso di un ragazzo alle prese col racconto di un mercante che – per scampare a una tempesta sul mare – promette alla divinità di rinunciare per sempre al commercio marittimo e di restare in terra; la sua traduzione diceva che il mercante sarebbe rimasto “sulla terraferma”. Questa resa italiana mi sembra bella, perché terraferma indica – più chiaramente ancora che non il pur giusto “terra” – l’opposizione tra il mare fluttuante e pieno di pericoli e il suolo, fermo e stabile. 

 



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