BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Cosa "accade" nella testa di uno studente quando traduce?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Foto: Fotolia  Foto: Fotolia

Nel tentativo di contribuire al dibattito in corso sul valore dell’esercizio di traduzione, prendo volentieri le mosse dalla distinzione indicata nel suo articolo dal prof. Gobber tra plurilinguismo e capacità traduttiva: mentre possedere una competenza plurilingue è naturale (ragion per cui si può ben comprendere una lingua straniera anche senza riuscire a tradurla nella propria), saper tradurre è competenza che si acquisisce artificialmente, attraverso l’esercizio.

L’esperienza didattica in una classe di principianti del latino mi conferma nella convinzione che l’esercizio per imparare a tradurre – comunque lo si voglia avvicinare – è esigente. Vedo infatti studenti che, pur sapendo svolgere l’analisi logica di un breve brano con buona approssimazione, non producono poi una traduzione qualitativamente equivalente (anzi, ignorano nel tradurre la loro stessa analisi!); questo dimostra che la comprensione – prerequisito della traduzione – non è un sottoinsieme dell’analisi morfo-sintattica del testo. Al contrario, osservo pure situazioni in cui gli studenti presentano una traduzione fondamentalmente giusta, anche quando non abbiano svolto un’analisi minuziosa; ciò si verifica quando gli elementi portanti della frase e del testo sono loro chiari (verbi e soggetti innanzitutto, e cognizione del contesto). Mi pare pertanto sostenibile affermare che non esiste corrispondenza biunivoca tra la comprensione grammaticale del testo e la capacità di tradurre, nel senso che la prima non è condizione sufficiente perché vi sia la seconda.

Del resto, io stesso so per esperienza diretta che comprendere non implica necessariamente saper volgere nella propria lingua; di recente ho letto l’opera latina di un autore del VI sec. (Martino di Braga), che si intitola Formula vitae honestae: confesso che di primo acchito non saprei tradurre queste poche parole, e che però afferro fin da subito l’argomento a cui esse fanno riferimento. Infatti la banale traslitterazione “formula della vita onesta”, per chi voglia esser serio, non evoca se non echi automobilistici o di marketing (dalla Formula Uno alle varie formule anticalcare dei detersivi) e legalistici (che cosa vuol dire onesto? Non chiediamolo ai media...). Mi è invece d’aiuto pensare che honestus ha a che fare con honos/honor, che contiene l’idea di importanza (per qualcosa che si ha o che si fa), di stima e di rispetto; e che formula deriva forma, che indica l’aspetto (propriamente, il bell’aspetto) di qualcosa. Allora la nebulosa formula vitae honestae sarà qualcosa che riguarda un tipo di vita bella, e che merita rispetto; con ciò non è detto tutto, ma è già molto meglio della confusione iniziale. Mi ritrovo finora nella situazione di chi, pur non sapendo tradurre, non può però negare di avere compreso almeno parzialmente il testo.



  PAG. SUCC. >