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SCUOLA/ L’esperto: bene l’inglese al Politecnico, il problema sono i docenti...

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Occorre tener presente che la proposta del ministro Profumo si rivolge alle lauree magistrali, cioè agli ultimi due anni del percorso universitario, quindi a studenti che hanno tre anni di studi alle spalle. Per ciò che riguarda licei, istituti tecnici o magistrali, la qualità di apprendimento è sensibilmente migliorata in questi anni: soprattutto grazie al fatto che i ragazzi vengono portati a conseguire certificazioni linguistiche internazionali. Tenendo poi presente che l’obiettivo dei nuovi licei, partiti con la Riforma del 2010, è quello di arrivare a livello B2, quarto di sei step su una scala istituita dal Consiglio d’Europa, per degli universitari con alle spalle già tre anni in ateneo affrontare letture in inglese non dovrebbe costituire un problema. Chi, invece, è rimasto indietro per vari motivi, dovrà rimboccarsi le maniche e lavorare di più.

Non pensa che in questo modo vengano trascurati idiomi come francese, tedesco o spagnolo, parlati correntemente in paesi confinanti al nostro?

Sarebbe senz’altro opportuno proporre non solo lezioni in inglese ma anche in altre lingue, in base alle competenze del docente che insegna la disciplina. La scelta fatta dal ministro parte dal fatto che l’inglese è la lingua più diffusa a livello internazionale e nel mondo del lavoro e, secondariamente, risulta utile per attirare un pubblico straniero: partire dall’inglese è la scelta giusta, sebbene, a mio avviso, si potrebbe in futuro insegnare alcune discipline in altre lingue. Indubbiamente, occorre prima mettere a fuoco le competenze del docente che andrà ad insegnare la propria materia in un idioma che non è il suo.

Moltissimi docenti del Politecnico hanno firmato un appello che annulli le richieste di Azzone e Profumo. Secondo lei, è giusto o vale la pena almeno di tentare l’esperimento?

Firmare una petizione di questo tipo significa rinunciare ad una grande possibilità e varrebbe la pena di tentare di insegnare in lingua inglese, almeno alcune porzioni di materia. Se, invece, si tratta di un problema di mancanza di competenze del corpo docente, occorrerebbe fare come nei licei e negli istituti tecnici, dove dal 2014 una materia dovrebbe essere insegnata interamente in lingua straniera.

Si riferisce al Clil?

Esattamente, per il Clil - acronimo di Content and Language Intagrated Learning - i criteri sono stati fissati in modo molto chiaro, coinvolgendo solo insegnanti che mostrino competenze metodologiche e didattiche adatte a questa disciplina. Poiché non si tratta solo di parlare in inglese ma, soprattutto, di utilizzare una metodica che  faciliti la veicolazione dei contenuti in un linguaggio straniero. Dunque, non solo una lezione puramente cattedratica ma che comprenda anche l’uso di nuove tecnologie, il lavoro di gruppo, il cosiddetto cooperative learning.

(Federica Ghizzardi)  




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COMMENTI
16/05/2012 - Basta con l'imperialismo linguistico (Tiziano Gentile)

Siamo ormai una colonia. Lauree magistrali in inglese (a quando le triennali?), insegnamento in inglese di materie non linguistiche nelle scuole ad opera di professori anglofoni,e siamo solo all'inizio. Impareremo la storia italiana in inglese da professori americani? È giunto il momento di porre un limite a tutto questo, la misura è colma. Due sono le cose da fare: 1. Una legge per proteggere l'italiano, uno strumento giuridico per dare potere agli esclusi, a quelli costretti a studiare o lavorare in inglese: costoro devono avere una base giuridica per citare in giudizio chi li discrimina perché italofoni; 2. Tagliare i fondi pubblici alle università anglificate. Vogliono insegnare in inglese? Chiedano soldi al ministero britannico. 3. Promuovere una politica multilinguistica, favorire l'intercomprensione fra lingue vicine, introdurre l'esperanto nelle scuole come strumento equo di comunicazione europea.