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SCUOLA/ Un computer può sostituire il prof? Qualcuno ci sta provando

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2) La possibilità di avere un esercitatore automatico, che, a quanto leggo, chiede all’alunno un tempo fino ad un ora e mezza per svolgere un singolo esercizio, è davvero un’esigenza per studenti che ormai in media dichiarano al massimo due ore di studio pomeridiano nei licei? In altre parole, se non c’è la volontà di studiare, cioè di fare da soli in proprio il faticoso esercizio dell’applicazione sui libri, perché mai lo studente che “scarica” le versioni dovrebbe rinunciarvi per fare quella fatica seppur in compagnia di una macchina? L’idolo è che la forma digitale o elettronica sarebbe più appeal, ovvero una banalizzazione del miele lucreziano con cui cospargere il bicchiere dell’amaro studio. Rileggere le pagine di Paola Mastrocola.

3) Davvero l’insegnante (del mattino o del pomeriggio) è riducibile alla figura del tutor? Tralascio l’esame dello scadimento linguistico dall’originale latino. L’idolo è che l’insegnamento coincida con la trasmissioni di informazioni e procedure e l’esercitazione delle stesse. Tale nuova piattaforma condivide di fatto l’ormai dilagante mentalità per cui l’insegnante è semplicemente un facilitatore o un somministratore, quindi interscambiabile e in fondo inutile. Come mi trovo a ripetere ai miei alunni, all’insegnante non si chiede più di “fare segno”, introdurre cioè al grande segno che è il reale, ma semplicemente di “assegnare” e “correggere”. Questo lo può fare anche una macchina.

Se dunque qualche famiglia risparmierà i soldi per far fare più esercizio ai figli, che non vogliono o non possono farlo da soli, buon per loro. Ma l’entusiasmo non mi contagia. Mai come in età scolare si ha l’esigenza di condividere con un maestro l’affascinante e faticoso cammino alla scoperta di sé e del mondo, imparando certamente categorie culturali come ipotesi di senso, che vanno però giocate nel libero incontro della persona con le “cose”. Questo avviene per osmosi, in una lunga condivisione tra maestro e allievo, come insegnava già Platone (Ep. VII, 341c-d: ek pollês synousías).

Per quanto riguarda l’insegnamento di una lingua quale è il latino, l’unico metodo che ritengo adeguato è la trasmissione linguistica, dalla bocca del maestro all’orecchio dell’alunno, come ho scritto e non io solo su questo giornale. Se ci lasciano fare questo e magari con un quadro orario non ridicolo come al nuovo Liceo linguistico della riforma, volentieri ai nostri alunni, quando raggiungono – in quarta al più presto – una maturazione personale e linguistica anche nella propria lingua madre, proporremo l’affascinante sfida del confronto testuale traduttivo. Facendo loro scoprire che se lo si intende per quello che è, cioè confronto interculturale, è un esercizio potenzialmente infinito e dotato di una creatività “fantastica” (un grazie al collega Botturi) non meccanizzabile.



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