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SCUOLA/ Se vuole educare, insegni come si "lavora"

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Studenti nel laboratorio della Ducati (Immagine d'archivio)  Studenti nel laboratorio della Ducati (Immagine d'archivio)

Un dato del genere non può, oltre che far nascere domande sul vissuto dei ragazzi, non interrogare la scuola e la sua responsabilità nei confronti della riuscita. E per “riuscita”, termine che mi pare più congruo di “successo”, non intendiamo necessariamente o esclusivamente riuscita scolastica, quanto piuttosto il fatto che un giovane possa scoprirsi “efficace”, capace di incidenza personale e creativa sulla realtà e a questo prenda gusto.

Oggi più che mai un giovane non può essere lasciato solo, ha bisogno di maestri che lo accompagnino nel fare esperienza, e che di essa predispongano le condizioni: non per rendere tutto simulato o “artificiale” (l’artificio è un grande nemico dell’educazione), o più facile, “abbassando lo scalino” delle difficoltà, ma per dargli una mano affinché lui stesso sia in grado di affrontare lo scalino con le sue forze.

Ha oggi la scuola quelle stesse doti di intenzionalità, ragione, responsabilità e libertà che chiede al ragazzo di mettere in campo nella crescita? Vuole davvero agirle? E come l’incontro tra due volti diversi di un unico corpus di esperienza, la scuola e il lavoro, può dare origine ad un’alleanza che rigeneri reciprocamente? Fare una traduzione dal greco o misurare la ghiera di un rubinetto possono essere entrambe situazioni nelle quali il ragazzo vive un’esperienza di senso, che gli permetta di fare un esame di realtà, mettendo in gioco se stesso, il suo desiderio e la sua volontà?

Il Seminario che si è svolto il 23 e 24 aprile scorso (“Scuola... Al lavoro. Nuovi scenari e opportunità nell’incontro tra scuola e mondo del lavoro”), nell’ambito del progetto Il futuro è oggi: orientare per non disperdere, organizzato da Ansas, ex Irre Lombardia, si è proposto di problematizzare queste domande, e di tracciare qualche linea di risposta.

Ciò che è emerso con chiarezza è che esistono nella scuola spazi vivi di rinnovamento pulsante, fatti da persone che lasciandosi interrogare dalla concreta umanità di chi hanno di fronte, ovvero dalla domanda di senso che i ragazzi – oggi – urlano sempre di più anche con i loro silenzi, e dal contesto nel quale tutti siamo immersi, sanno accompagnarli alla scoperta di sé e di ciò che li realizza, invece di abbandonarli in balia di quel “galleggiamento” esistenziale al quale sempre più spesso si ricorre per descrivere la condizione spirituale dei giovani.

La scuola, si sa, ha spazi di autonomia più funzionali che reali, ma soprattutto ha la resistenza intrinseca a togliersi i paraocchi per cogliere la complessità ma anche la ricchezza di opportunità che il mondo di oggi offre.

Le esperienze narrate nel corso del Seminario testimoniano che nell’incontro con il mondo delle professioni il ragazzo si sente chiamato in causa nella sua responsabilità e soggettività, si apre all’incontro con il nuovo ed è disponibile ad apprendere, a correggersi, a mettersi in gioco. 



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COMMENTI
28/04/2012 - educare ed insegnare (luisella martin)

Un articolo molto bello che, a mio parere, può generare equivoci nel titolo. L'educazione è anche, nel significato pratico, fornire un metodo di lavoro. Se questo era il senso dell'articolo, mi vede del tutto d'accordo. Purtroppo il segno che lascia un insegnante che non vuole "solo" educare è spesso una ferita che duole per tutta la vita. Le istruzioni per compiere bene il proprio lavoro le inventiamo noi, vivendo e lavorando (se ce lo lasciano fare) giorno per giorno.