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SCUOLA/ Se vuole educare, insegni come si "lavora"

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Studenti nel laboratorio della Ducati (Immagine d'archivio)  Studenti nel laboratorio della Ducati (Immagine d'archivio)

Orientamento della persona, orientamento a scuola, orientamento al mondo del lavoro; questioni che è facile affrontare con la retorica della consequenzialità, svilendone la rilevanza.

Si dimentica spesso e volentieri che l’orientamento non è un concetto, non è una coordinata geografica, e non è nemmeno soltanto un volgersi in una direzione (orientarsi, volgersi ad Oriente). È un volgersi verso una direzione, intraprendendo passo passo un tragitto, seguendo un’attrattiva – che è l’unica cosa che muove sanamente la persona – utilizzando non solo la propria mente e il proprio cuore, ma anche e soprattutto il proprio corpo, inteso come unità ed integrità dell’essere.

È, in sintesi, fare un’esperienza, tenendo presente che non tutto ciò che viviamo costituisce un’esperienza. Esperienza è vivere accorgendosi di vivere, giudicando ciò che accade, possibilmente non da soli perché uno sguardo condiviso riesce sempre ad essere più profondo e radicale. Allora orientarsi significa sì conoscere sé, come spesso si recita pensando che ciascuno debba seguire le proprie attitudini ed i propri interessi, ma è un conoscere sé non “guardandosi riflessi nello specchio dei propri desideri illusori” bensì scoprendosi via via in un contesto reale con il quale ci si impatta, e che ci restituisce tanto, quanto più si posseggono e si utilizzano strumenti e criteri adeguati per leggere questo messaggio di realtà.

Realtà che oggi però, lo sappiamo, anzi, lo viviamo quotidianamente, è articolata, complessa, non di rado contraddittoria e disarmante.

I dati dell’Oms documentano gravi forme di disagio in oltre il 20% degli adolescenti, in Italia secondo l’Inps (e sono dati del 2010, quindi forse ottimistici) abbiamo 641mila ragazzi tra i 14 e i 24 anni che non studiano, non lavorano e nemmeno cercano un’occupazione, mentre secondo i dati della Commissione europea i Neet (Not in Employement, Education or Training) salirebbero addirittura all’incredibile cifra di 2.100.000. D’altro canto il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è al 31,9% (Istat); sappiamo che nel Nord le cose vanno un po’ meglio rispetto alla media, ma non mancano i segnali d’allarme: in Lombardia (dati Commissione europea) è passato dal 12,8 del 2007 e dal 12,5 del 2008, al 19,8% del 2010.

I dati sulla dispersione scolastica, che sappiamo essere difficili da rilevare univocamente, dal 2010 (19,2%) risultano in calo, sebbene ancora molto lontani dall’obiettivo di Lisbona del 10%. Ma la consolazione sparisce di fronte allo sconcerto dei segnali relativi alla dispersione nascosta, se così possiamo chiamarla; per vederla basta osservare la demotivazione, il disincanto o l’apatia di tanti ragazzi nelle nostre stesse case, e non si pensi solo a chi va male a scuola, visto che il disamore è rilevabile anche tra chi ha risultati più che sufficienti, senza contare il quasi 40% di sospensioni del giudizio o bocciature nella secondaria di secondo grado (dati servizio statistico Miur 2010-2011).



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COMMENTI
28/04/2012 - educare ed insegnare (luisella martin)

Un articolo molto bello che, a mio parere, può generare equivoci nel titolo. L'educazione è anche, nel significato pratico, fornire un metodo di lavoro. Se questo era il senso dell'articolo, mi vede del tutto d'accordo. Purtroppo il segno che lascia un insegnante che non vuole "solo" educare è spesso una ferita che duole per tutta la vita. Le istruzioni per compiere bene il proprio lavoro le inventiamo noi, vivendo e lavorando (se ce lo lasciano fare) giorno per giorno.