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SCUOLA/ Perché Eschilo e Gramsci ci parlano di noi?

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Teatro greco (immagine d'archivio)  Teatro greco (immagine d'archivio)

Quindi, una traduzione per la scena sarà tanto più fedele ed efficace quanto più vicina alle strutture sintattiche e comunicative della lingua italiana, se si traduce in italiano. In questo senso, usare un lessico trasparente, che spieghi per esempio gli epiteti, non necessariamente noti a tutti, o privilegiare la paratassi significa andare nella direzione di una chiarezza comunicativa resa necessaria dal tipo di fruizione che la scena richiede.

Il traduttore, prima di tradurre, dovrà essersi costruito una prospettiva interpretativa complessiva, senza la quale sarebbe impossibile una traduzione coerente. E, se esistono più traduzioni di uno stesso testo, è perché ne esistono più interpretazioni possibili, senza che questo significhi arbitrarietà.

Abbiamo quindi iniziato a capire, in questi primi mesi, che la traduzione è un atto creativo, essenziale per conoscere sempre di più la tradizione da cui veniamo. Per questo traduciamo: per riappropriarci del nostro passato, per ereditare la ricchezza che ci sostiene, ed immedesimarci coscientemente con quell’anima che costituisce e accomuna noi e gli antichi. Il tentativo stesso di ri-creare nella propria lingua ciò che un Eschilo, un Sofocle o un Euripide scrissero nel V secolo a.C. costringe ad addentrarsi, aiutati dalla grammatica, dall’intertestualità, dalla filologia, dalla poesia, in quel mondo che è sì nostro, ma che va riconquistato con la coscienza di un uomo del 2012. Solo così una traduzione potrà “parlare” ai nostri contemporanei e diventare una memoria viva.

Vorrei concludere, allora, con alcune parole di Antonio Gramsci, che abbiamo utilizzato come esergo del volantino informativo della nostra iniziativa e che ben sintetizzano queste nostre prime scoperte: “Non si imparava il latino e il greco per parlarli, per fare i camerieri, gli interpreti, i corrispondenti commerciali. Si imparava per conoscere direttamente la civiltà dei due popoli, presupposto necessario della civiltà moderna, cioè per essere se stessi e conoscere se stessi consapevolmente”.



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