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SCUOLA/ Il segreto della traduzione? Sta nell’amicizia

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

La risposta alla seconda domanda, in un senso non banalizzato, vuol significare la legittimità che si ha di presentare, anche in sede editoriale o scientifica, una traduzione che si allontani dalla pedissequità, ma che sia ovviamente sostenuta dai crismi della scientificità. Per chi, poi, dovesse presentare una traduzione da mettere in scena a teatro, e arrivasse a dover tradurre un passo corale, non si potrebbe rispettare la struttura originale del greco, in quanto si otterrebbe una sintassi incomprensibile a un ascoltatore, oltre a gravare il testo di noiosi (sì, diciamolo pure) accumuli di epiteti: qui la traduzione deve dunque essere, oltre che indirizzata e plasmata secondo le determinate attese e un certo orizzonte culturale di un pubblico (d’altronde, ad Atene nel V secolo a.C. succedeva esattamente così), programmaticamente infedele.

A cosa serve la traduzione? La risposta che si dà comunemente – la traduzione esercita la logica – non convince: non è mai stato dimostrato che una lingua sia più logica di un’altra (per quanto sia stata un’idea assai diffusa in linguistica tra Seicento e Settecento, dove ogni nazione rivendicava alla propria lingua lo statuto di logicità e, ipso facto, di perfezione), né del resto si capisce che cosa significherebbe il fatto che una lingua sia più o meno logica. Più vera, ma ancora non soddisfacente, è la risposta che guarda alla nostra diretta filiazione dalle radici greche e romane (gli umanisti, con il loro ideale dell’homo trilinguis, riscoprirono e riconobbero l’eredità che ci lega anche al mondo ebraico).

A mio parere l’unica risposta piena alla domanda sul significato del tradurre è quella che parte dalla considerazione della natura del latino e del greco come “lingue come tutte le altre, con il loro bravo armamentario fonetico, morfologico, sintattico”, secondo la brillante formulazione del prof. Milanese. Si potrebbe obiettare che valga la pena dedicarsi anche ad altre lingue – io stesso ho avuto modo di affrontare lo studio dell’ebraico, dell’etiopico, dell’armeno –, eppure, in contrasto con le tendenze di pensiero debole che si registrano a questo proposito al giorno d’oggi, direi che a selezionare il latino e il greco nell’immenso patrimonio di lingue del mondo (anche perché conoscerle tutte è impossibile) hanno concorso appunto la nostra discendenza dai due popoli che parlarono queste lingue, alimentata da una continua tradizione, e senz’altro anche l’eccellenza di arte e di pensiero che in queste due lingue si espresse.

Come si insegna la traduzione? È inutile: non la si insegna. Si insegnano le grammatiche del latino e del greco, si insegna un certo rapporto con la lingua, ma la traduzione è qualcosa che va oltre, che rasenta l’afflato artistico: cercherò di spiegarmi. Potrebbe sembrare parzialmente contraddittoria con quanto ho appena detto una critica che mi permetto di muovere al prof. Tanca, il quale, con ricchezza di fonti, illustra come il latino sia una lingua viva ancor oggi: già l’affermazione che si tratti di una lingua “modellata su un corpus delimitato di atti comunicativi”, però, stona, in quanto una lingua viva è definita in quanto tale dalla presenza di un soggetto, si badi bene, parlante – e non solo scrivente: non ci si deve dimenticare che la produzione linguistica vera e propria è quella orale –, che abbia appreso la lingua da una ininterrotta catena di genitori in figli, e in grado di produrre infiniti nuovi enunciati. 



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COMMENTI
06/05/2012 - Attenzione alle fallacie argomentative (Enrico Tanca)

Sig. Busnelli, manca un po’ di attenzione. P.es. cita male Milanese, che scrive, invece, “dell’immersione nella lingua e […] della presa di distanza dalla lingua”. Lingua, e non grammatica. Che vive negli atti testuali (orali e scritti): ovvero l’usus. La quadriga è argomentazione pro: modello letterario e linguistico, cioè d’usus. La riflessione metalinguistica è seria, ma dopo: è incremento categoriale di lingua nota. Come quella materna (cfr. Orazio, quindi a sproposito). La grammatica in L1 presuppone il possesso della lingua! Si può apprendere una L2? Sì, per le lingue moderne. Ma per 2000 a. anche per il latino. Modellata? da limitata: cfr. e.g. Bacone, Newton, Agostino ed Erasmo. Che difese la vitalità del latino contro certi "ciceroniani" (de optimo genere dicendi). Lingua viva, quindi. Una lingua si impara da qlcn: la mamma, il maestro. Evtlm. anche dagli scritti; cmq per imitazione (cfr il caso "ebraico moderno"), la via più "naturale" ed efficace. Per tutte le lingue. La traduzione è fatto rilevante ma distinto dall’insegnamento di una lingua. Prima si impara una L2 e poi si traduce. Di ciò, della traduzione e di molto altro, cfr. Gobber e Milanese, con attenzione! E' padronanza linguistica la lenta decifrazione di una stringa di caratteri, con vari ausilii? Se puntiamo all’amicizia con gli auctores, questa non è la via. E ciò non solo in teoria. Qlcn parla latino. Veda l’Accademia Vivarium Novum: discenti e docenti che parlano correntemente latino e greco antico.