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SCUOLA/ Gentili: quel "bollino" di Stato che imbroglia i nostri giovani

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Da tempo si sostiene che l’abolizione del valore legale del titolo di studio potrebbe portare un contributo decisivo per l’affermazione dei criteri di merito, in quanto i titoli ottenuti negli atenei migliori prevarrebbero su quelli degli atenei e corsi di laurea anche pubblici che altro non sono se non “diplomifici” erogatori di titoli quasi solo formali.

La distinzione tra valore scolastico ed extrascolastico della laurea, cardine dell’impianto previsto dal testo unico del 1933, è stata messa in discussione nei decenni successivi a partire dalle leggi sull’autonomia universitaria del 1989 (con la legge 168/1989 e con la legge 341/1990) generando una forte confusione.

In realtà quando si parla di “abolizione del valore legale” a livello giuridico si intende un intervento di chirurgia giuridica che modifichi le norme della “nebulosa” di cui parla Cassese, eliminando gli effetti non desiderati del valore legale (automatismi nella Pubblica amministrazione, etc.). Ed è evidente che si tratta di sostituire il “valore legale” con un sistema efficace di certificazione sul modello della Quality Assurance Agency for Higher Education inglese.

L’abolizione del valore legale della laurea non significa insomma privare il consumatore di formazione delle necessarie protezioni e comporta quindi l’introduzione nel nostro ordinamento, come già in quello anglosassone, di un sistema di “accreditamento” dei corsi di studio universitari costituito da agenzie indipendenti, composte da esperti del settore, capaci di valutarne la qualità e l’efficienza ed assicurare la verifica del “valore reale” dei corsi di studio universitari.

La progressiva sostituzione del valore formale del titolo con meccanismi di accreditamento dei corsi fu proposta nel 1997 dalla Commissione Martinotti, e poi sperimentata a partire dal 2002 su iniziativa del Cnvsu, ma non si è mai diffusa, e continua la tendenza a valutare agendo sugli input, cioè ridimensionando all’origine le risorse a prescindere dal merito, con un meccanismo a pioggia che oggi si cerca di disinnescare.

L’abolizione dei titoli di studio avrebbe effetti limitati, se parallelamente l’università non trovasse al suo interno la forza di potenziare le pratiche virtuose, e impiegare al meglio le risorse disponibili. Ripulire il quadro normativo da queste storture consentirebbe di lasciare liberi gli atenei di impostare la propria programmazione didattica con maggiori margini di autonomia, ma potrebbe anche creare più spazio per le lauree triennali, oggi ancora sottovalutate specie nel settore pubblico.

L’Italia soffre della carenza di percorsi universitari, o non universitari, professionalizzanti, focalizzati sulla formazione tecnico-scientifica che facilitino la transizione dei giovani nel mercato del lavoro.

 



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COMMENTI
10/05/2012 - UN GRAVE ERRORE DELIBERARE SENZA CONOSCERE (Giorgio Ragazzini)

Questo referendum indetto in quattro e quattr'otto su una materia così complessa è un esempio perfetto dell'uso che si può fare di internet e delle "moderne tecnologie" se si è affascinati dal mezzo ma non si riflette abbastanza. I referendum si fanno DOPO, non prima, un dibattito approfondito, che a me sarebe servito perché non intendo rinunciare al diritto di avere le idee poco chiare. Dopo l'infelice improvvisazione sui compiti a casa e un'altra sull'obbligo scolastico, ci si può chiedere se Profumo, che il giorno della nomina aveva ammesso con apprezzabile umiltà di conoscere l'università, ma poco la scuola, ripromettendosi quindi di studiare,abbia poi mantenuto l'impegno preso...

 
10/05/2012 - Il valore ha poco senso (Alberto Consorteria)

il valore legale ha poco senso, come le province. Non si capisce perché ci sia ancora, ogni volta che leggo delle spiegazioni vedo solo dei bla bla. Non c'è alcuna ragione per mantenerlo.