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SCUOLA/ Gentili: quel "bollino" di Stato che imbroglia i nostri giovani

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L’esito del referendum online sull’abolizione del valore legale del titolo di studio (il 73% vi è affezionato e quindi non vuole abolirlo) era del tutto prevedibile.

Siamo un Paese dove corporativismo e statalismo hanno determinato a livello di massa una cultura che teme i valori della concorrenza, della competizione e del merito e trova nell’egualitarismo una comoda protezione contro i rischi della libertà.

Per gli imprenditori la questione del valore legale non si pone. Quando vengono assunte le persone si guarda al valore reale del loro titolo di studio e alle competenze. Il valore legale è dunque una questione che riguarda esclusivamente la Pubblica Amministrazione e le professioni regolamentate. Ma al tempo stesso l’esistenza del valore legale e il legame affettivo con cui viene guardato dalla maggioranza degli italiani costituisce un freno allo sviluppo. E per questo riguarda anche le imprese.

Quando nel maggio del 2011 cinquemila imprenditori si sono riuniti a Bergamo senza politici, nelle Assise nazionali, per dare voce al disagio e alla volontà di voltare pagina, tra le proposte più gettonate vi è stata l’abolizione del valore legale. Una sorta di bandiera di un’Italia einaudiana che vuole liberarsi dei lacci e lacciuoli che ne frenano lo sviluppo.

Ma vi sono anche a onor del vero motivi che spiegano questa affezione. Nelle intenzioni del legislatore, il valore legale del titolo di studio doveva essere una sorta di protezione per il consumatore di formazione, un “marchio di qualità” concesso dallo Stato alle scuole e alle università: lo Stato avrebbe dovuto garantire ai cittadini la qualità della formazione attraverso vincoli e regole sulle materie da insegnare, sul numero degli insegnanti e dei corsi, regolando così la formazione delle competenze professionali ai fini delle carriere. I cittadini che si servono di professionisti, le imprese e il settore pubblico che assumono laureati, sarebbero stati così garantiti sulla qualità delle competenze in base a curricula “certificati”. Il vero limite del valore legale sta nel suo uso formalistico che spesso ha ottenuto risultati opposti a quelli desiderati.

Oggi il valore legale non interferisce sostanzialmente sulla possibilità per le imprese di scegliere i collaboratori che si ritengono più idonei e dotati di competenze professionali. Il valore legale incide invece, in maniera significativa, nell’ambito della Pubblica amministrazione e delle professioni regolamentate, così come sulla qualità dell’offerta formativa e sulla concorrenza tra università. Anche le famiglie ormai sanno che spesso quello che conta veramente non è il valore legale ma il valore reale del titolo di studio.

È evidente che l’abolizione del valore legale del titolo di studio è un problema che riguarda solo indirettamente le università, perché la gran parte di quel “valore” è conferito alle lauree da norme sull’accesso alle professioni regolate o ai concorsi pubblici, oppure da regolamenti sui passaggi di carriera nelle amministrazioni statali. Abolire, o rivedere, queste norme non intaccherebbe in alcun modo né il valore scolastico dei titoli, né l’obbligo, per gli atenei, di operare in un regime di autorizzazione e riconoscimento pubblici. 



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COMMENTI
10/05/2012 - UN GRAVE ERRORE DELIBERARE SENZA CONOSCERE (Giorgio Ragazzini)

Questo referendum indetto in quattro e quattr'otto su una materia così complessa è un esempio perfetto dell'uso che si può fare di internet e delle "moderne tecnologie" se si è affascinati dal mezzo ma non si riflette abbastanza. I referendum si fanno DOPO, non prima, un dibattito approfondito, che a me sarebe servito perché non intendo rinunciare al diritto di avere le idee poco chiare. Dopo l'infelice improvvisazione sui compiti a casa e un'altra sull'obbligo scolastico, ci si può chiedere se Profumo, che il giorno della nomina aveva ammesso con apprezzabile umiltà di conoscere l'università, ma poco la scuola, ripromettendosi quindi di studiare,abbia poi mantenuto l'impegno preso...

 
10/05/2012 - Il valore ha poco senso (Alberto Consorteria)

il valore legale ha poco senso, come le province. Non si capisce perché ci sia ancora, ogni volta che leggo delle spiegazioni vedo solo dei bla bla. Non c'è alcuna ragione per mantenerlo.