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SCUOLA/ Vittadini: ecco le "non-riforme" che condannano la nostra scuola

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Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)  Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)

c) Una terza riflessione può essere compiuta. Dove avviene tale dispersione? Al Sud, per motivi economici o sociali? Come prima osservazione, va detto che la dispersione a fine ciclo cala più al Sud che al Nord Ovest. È vero che la dispersione scolastica al Sud (Campania, Basilicata, Calabria, Puglia) è elevatissima: complessivamente non arriva al diploma, in quelle Regioni, il 30,3% degli studenti che cinque anni prima avevano iniziato le superiori. Ma al Nord Ovest si perde per strada il 32,1%. Tre anni prima Sud e Nord Ovest erano entrambi al 34% (34,9% nel Nord Ovest, 34,3% al Sud). Quindi nel Mezzogiorno c’è stato un miglioramento maggiore: la dispersione nel quinquennio delle superiori nelle quattro Regioni del Sud sopra indicate si è ridotta quasi di un ottavo rispetto alla fotografia scattata tre anni prima.

d) Se prendiamo in esame l’anno di studio in cui uno studente abbandona la scuola superiore, possiamo notare che la dispersione dopo i primi due anni delle superiori è addirittura in controtendenza, essendo aumentata tra il 2007 e il 2010 di oltre un punto percentuale, lasciando prevedere possibili innalzamenti dei livelli finali di dispersione al termine dell’intero quinquennio.

Vediamo i dati. Alla fine del 2007 avevano abbandonato dopo il biennio in 95mila, pari al 15,4%, mentre a fine 2010 i dispersi dopo il biennio delle superiori sono stati 103mila, pari al 16,7%. E ciò è avvenuto nonostante sia stato nel frattempo introdotto il nuovo obbligo scolastico, relativo, appunto, ai primi due anni delle superiori. L’aumento della dispersione è rilevabile in tutti i tipi di scuola: licei (dall’11 all’11,4%), tecnici (dal 15 al 16,6%), professionali (dal 22,3 al 24%).

In quali regioni italiane sta aumentando maggiormente? Dappertutto (a partire dal Nord), meno che in Calabria (-0,9%), in Basilicata (-1,3%) e in Puglia (-1,4%): tranne che al Sud, dunque, dove alla fine del biennio si è ridotta dal 16,7 al 16,2%. Analizzando i dati a livello delle province si scoprono differenze abissali, anche tra province limitrofe; tali differenze, evidentemente, affondano le radici in cause assai diverse.

A Como c’è una dispersione doppia che a Bari (21,7 rispetto a 10,8%). A Lecco è due volte e mezza quella di Cosenza (20,9% rispetto a 8,1%). A Bergamo (19,1%) è quasi il triplo che a Frosinone (7,5%). A Novara il 33,9% con il 46,8% negli istituti professionali.

Una domanda, a questo punto, è d’obbligo: come mai l’abbandono della scuola investe in modo tanto rilevante il Nord, se le cause sono solo sociali, come affermano alcuni commentatori?

La scelta sbilanciata delle scuole superiori – Il fenomeno della liceizzazione, che per alcuni aspetti potrebbe essere considerato positivo, sta, però, svuotando i “serbatoi” della scolarizzazione tecnico-scientifica, di quei giovani, cioè, che potrebbero avere un posto di lavoro assicurato e di cui il mercato del lavoro ha bisogno.

L’Istat (2011) calcola che c’è una diminuzione del 3,4% di giovani tra gli iscritti agli istituti professionali nell’anno scolastico 2011/12 rispetto al 2010/11. II 49,2% dei giovani ha scelto il liceo per l’anno scolastico 2011/12 contro il 46,2% dell’anno precedente. La spiegazione di queste scelte nascerebbe dalla convinzione che il lavoro manuale non permetterebbe emancipazione ed equità. Tale condizionamento ideologico, innanzitutto, non rispetta e non riconosce il valore delle differenti caratteristiche e aspirazioni personali dei ragazzi, primo passo imprescindibile della loro crescita e della loro emancipazione. Il riferimento, infatti, non può essere a un’idea astratta di scalata sociale, ma alle persone concrete con le loro diverse capacità e predisposizioni. Come mostra il Rapporto sulla sussidiarietà 2010 “Sussidiarietà, istruzione e formazione professionale”, metodo induttivo e deduttivo sono due strade distinte, ma egualmente valide in un processo educativo.

 



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COMMENTI
12/05/2012 - Il problema della scuola sono i ragazzi che perde (Gianni MEREGHETTI)

Grazie per questa analisi così puntuale e densa di prospettive. Leggendola mi è venuto in mente don Milani, il suo pungente giudizio, che il problema della scuola sono i ragazzi che perde! Vittadini evidenzia come la questione sia ancora di stringente attualità, oggi la scuola continua a perdere troppi, troppi studenti. Non è bastato don Milani, non è bastata la scuola di massa a non perdere più ragazzi, la questione è più profonda, tocca le ragioni per cui oggi un ragazzo o una ragazza entra in classe. Allora il pensiero va a quegli anni della "Lettera ad una professoressa". In quegli stessi anni, mentre il testo di don Milani era letto da tutti i sessantottini, vi era un altro testo che si stava affermando, "Il rischio educativo", un testo che raccontava un'esperienza, quella di don Giussani. In quell'esperienza proposta da don Giussani c'era e c'è il punto di forza da cui andare all'attacco della dispersione, l'educazione come uno sguardo che libera l'umano. Una strada che oggi continua, più forte, più certa di quanto lo fosse già in quegli anni. E l'esperienza di Portofranco è oggi il segno che si può recuperare allo studio e alla vita anche quei ragazzi che la scuola perde.