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SCUOLA/ Vittadini: ecco le "non-riforme" che condannano la nostra scuola

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Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)  Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)

I numeri della dispersione scolastica – Il secondo “Rapporto sulla qualità nella scuola”, pubblicato da Tuttoscuola il 9 maggio 2011 e basato sui dati ufficiali del ministero dell’Istruzione riferiti al percorso negli istituti statali di istruzione secondaria superiore, riporta alcuni numeri riguardo alla cosiddetta dispersione scolastica che sembrano incredibili: sono 195mila all’anno gli abbandoni nelle scuole superiori statali.

Per comprendere a pieno la gravità e il significato di questa situazione è necessario compiere alcune ulteriori osservazioni analitiche.

a) Tali dati non prendono in considerazione l’eventuale passaggio dalla scuola statale a quella non statale o alla formazione professionale oppure all’apprendistato formativo; un passaggio dal percorso statale che, se pur non puntualmente calcolabile per mancanza di rilevazioni ufficiali generali, si può, tuttavia, considerare non quantitativamente rilevante, visto che, complessivamente, la scuola secondaria superiore non statale accoglie soltanto il 7% circa dell’intera popolazione scolastica degli istituti superiori e fa registrare incrementi molto modesti nelle classi successive a quelle del primo anno di corso (dove ipoteticamente possono affluire gli studenti che hanno abbandonato il percorso statale).

Su oltre 190mila studenti che abbandonano ogni anno la scuola statale, ben 120mila risultano, dunque, dopo anni senza un titolo di studio superiore alla terza media, come documentano i dati Eurostat. Pertanto solo 70mila circa continuano a studiare altrove. E comunque anche per questi ultimi, tale cambiamento è un evidente sintomo di un malessere, che li ha portati, a un certo punto, a cambiare strada. È, questa, una stima confermata dai dati Eurostat della Commissione europea, da cui emerge che il 19,7% dei nostri 18-24enni è in possesso al massimo della licenza media: ciò corrisponde, appunto, a circa 120mila ragazzi per ogni classe di età. I giovani che non lavorano né studiano (i cosiddetti Neet: “Not in Education, Employment or Training”) tra i 15 e i 29 anni sono 2,1 milioni, il 6,8% in più rispetto al 2009.

b) Si potrebbe poi pensare (o sperare) che i dati complessivi sugli abbandoni degli studenti negli istituti statali registrati dal 2° Rapporto di Tuttoscuola al termine dell’anno scolastico 2009-10 rappresentino una situazione critica contingente. Ma, purtroppo, non è così. A livello nazionale la dispersione scolastica nella scuola statale a fine ciclo si è ridotta rispetto a tre anni prima del 2,2%, passando dal 33 al 30,8% (mentre un ulteriore 23% di studenti arriva al diploma di istruzione secondaria superiore con uno o più anni di ritardo).

Lungo l’intero percorso statale negli istituti superiori dal 1° al 5° anno abbandonano circa 190mila studenti, che non arrivano all’esame di maturità; al termine del 2009-2010, dei 616.645 studenti che nel 2005-2006 erano iscritti al 1° anno di corso ne erano rimasti iscritti 420.872: mancavano, dunque, all’appello 195.773 ragazzi che avevano abbandonato la scuola statale, cioè il 31,75%!

Le percentuali medie di abbandoni sono andate diminuendo, ma restano ancora a livelli di allarme, che ci tengono lontani dall’Europa.

La quantità annua di abbandoni è così elevata (190-200mila all’anno) da non sembrare vera, al punto che autorevoli commentatori l`hanno messa in dubbio.



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COMMENTI
12/05/2012 - Il problema della scuola sono i ragazzi che perde (Gianni MEREGHETTI)

Grazie per questa analisi così puntuale e densa di prospettive. Leggendola mi è venuto in mente don Milani, il suo pungente giudizio, che il problema della scuola sono i ragazzi che perde! Vittadini evidenzia come la questione sia ancora di stringente attualità, oggi la scuola continua a perdere troppi, troppi studenti. Non è bastato don Milani, non è bastata la scuola di massa a non perdere più ragazzi, la questione è più profonda, tocca le ragioni per cui oggi un ragazzo o una ragazza entra in classe. Allora il pensiero va a quegli anni della "Lettera ad una professoressa". In quegli stessi anni, mentre il testo di don Milani era letto da tutti i sessantottini, vi era un altro testo che si stava affermando, "Il rischio educativo", un testo che raccontava un'esperienza, quella di don Giussani. In quell'esperienza proposta da don Giussani c'era e c'è il punto di forza da cui andare all'attacco della dispersione, l'educazione come uno sguardo che libera l'umano. Una strada che oggi continua, più forte, più certa di quanto lo fosse già in quegli anni. E l'esperienza di Portofranco è oggi il segno che si può recuperare allo studio e alla vita anche quei ragazzi che la scuola perde.