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SCUOLA/ Vittadini: ecco le "non-riforme" che condannano la nostra scuola

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Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)  Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)

b) Per quanto riguarda il problema del reclutamento e della valorizzazione del merito, la raccomandazione dell’Unesco si poneva, già nel lontano ’66, il problema di “individuare i requisiti per una professionalizzazione degli insegnanti” e il Consiglio europeo di Barcellona nel 2002 ha posto l’obiettivo di “ridurre gli ostacoli normativi al riconoscimento professionale degli insegnanti al fine di promuoverne una dimensione europea” entro il 2010, data ormai superata. L’insegnante italiano è rimasto ancorato ad uno stato giuridico vecchio di oltre 30 anni, in una dimensione impiegatizia, appiattita e priva di possibilità di riconoscimenti di merito professionale e funzionale; l’insegnante, insomma, è ancora del tutto legato ad una concezione di scuola ormai socialmente e normativamente superata. Qualcuno ha mai pensato che si potessero ascrivere anche a questo ritardo i nostri deludenti risultati nelle pagelle internazionali? Si lega a tutto questo anche la necessità di arrivare alla riforma della governance delle scuole, unitamente a quella della riorganizzazione del lavoro degli insegnanti e l’ormai troppo atteso corollario della prima riforma Bassanini della Pubblica amministrazione.

c) Ma il cuore della questione è il tema dell’insegnante e la sua capacità di educare. Come bene ha rilevato Onorato Grassi nel suo intervento al seminario organizzato da Fondazione per la sussidiarietà e Tony Blair Faith Foundation: “I sistemi formativi occidentali sono in una fase di profondo ripensamento. Non solo i Paesi che erano stati sotto l’influenza dell’Urss, nei quali la scolarizzazione e la ricerca erano stati fortemente condizionati dall’ideologia, ma anche quelli dell’altra parte dell’Europa sono investiti da ampi e radicali processi di riforma. Qualcosa di analogo sta avvenendo anche nell’America del nord, in seguito ad allarmanti preoccupazioni per livelli di apprendimento insufficienti, nonché per l’estrema specializzazione dell’istruzione, e, per cause diverse, in altre regioni del mondo. Se è indiscutibile che la scuola, e ogni forma di educazione, deve preparare alla vita, è però altrettanto vero che essa è molto più di un processo di addestramento. La riduzione dell’educazione a training è una scelta che comporta gravi conseguenze, sia sul piano soggettivo – l’individuo è concepito come parte di un processo, nel quale deve esercitare determinate e specifiche funzioni – sia su quello culturale e scientifico – prevalenza delle scienze prescrittive su quelle conoscitive, con un sostanziale deprezzamento del valore stesso della conoscenza. Un’educazione intesa non come indottrinamento o reclutamento di adepti, ma che guardi alla persona nella sua singolarità e grandezza, non può che avere a cuore la crescita dell’io umano in tutte le sue dimensioni e secondo le sue facoltà e attitudini. Educare è costituire il soggetto umano, collaborare allo sviluppo pieno e integrale della personalità, la quale, a suo tempo e quando l’occasione Io richiederà, sarà in grado di agire in modo positivo e responsabile. È ciò che sanno i veri maestri, i quali non amano suggerire le soluzioni agli allievi, ma preferiscono indicare loro i criteri e modi per giungere autonomamente alla risoluzione dei problemi”.

 



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COMMENTI
12/05/2012 - Il problema della scuola sono i ragazzi che perde (Gianni MEREGHETTI)

Grazie per questa analisi così puntuale e densa di prospettive. Leggendola mi è venuto in mente don Milani, il suo pungente giudizio, che il problema della scuola sono i ragazzi che perde! Vittadini evidenzia come la questione sia ancora di stringente attualità, oggi la scuola continua a perdere troppi, troppi studenti. Non è bastato don Milani, non è bastata la scuola di massa a non perdere più ragazzi, la questione è più profonda, tocca le ragioni per cui oggi un ragazzo o una ragazza entra in classe. Allora il pensiero va a quegli anni della "Lettera ad una professoressa". In quegli stessi anni, mentre il testo di don Milani era letto da tutti i sessantottini, vi era un altro testo che si stava affermando, "Il rischio educativo", un testo che raccontava un'esperienza, quella di don Giussani. In quell'esperienza proposta da don Giussani c'era e c'è il punto di forza da cui andare all'attacco della dispersione, l'educazione come uno sguardo che libera l'umano. Una strada che oggi continua, più forte, più certa di quanto lo fosse già in quegli anni. E l'esperienza di Portofranco è oggi il segno che si può recuperare allo studio e alla vita anche quei ragazzi che la scuola perde.