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SCUOLA/ Vittadini: ecco le "non-riforme" che condannano la nostra scuola

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Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)  Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)

Secondo quanto affermato da Carlo Wolfsgruber nel suo intervento all’Accademia, “il fine della conoscenza – che rende ragionevole anche la fatica implicata in essa – è quell’incremento dell’io (compimento) che si documenta nell’incremento dell’autocoscienza. [...] Le concezioni antropologiche che dominano nel contesto culturale in cui ci troviamo hanno un’ipotesi negativa sulla consistenza dell’io; non dell’uomo in genere come umanità, ma del singolo io concreto. Esse oscillano tra una sorda ribellione a se stessi (che si documenta in una quasi normale trascuranza dell’io, la quale poi, nei rapporti, si traduce in una facile e diffusa estraneità) e una remissiva accettazione di sé come goccia panteisticamente indistinta, se non per effimera emergenza, rispetto al mare dell’essere. [...] La nostra concezione dell’io, invece, è tenacemente positiva. Non seguiamo però le orme di Rousseau che immaginava la natura dell’uomo come originaria innocenza, corrotta poi dal condizionamento culturale; non intendiamo farci araldi o paladini di quel “buonismo” che ritiene possibile la crescita dell’io senza la fatica della conoscenza. [...] Il nostro giudizio sull’io si fonda sulla consapevolezza che l’uomo ha una sua natura originale e che questa natura è costituita secondo una positività irriducibile. Non è scontato dire che l’io dell’uomo abbia una sua natura originaria perché, invece, esso è spesso letto come pura risultante di fattori antecedenti (e in questo caso l’educazione non sarebbe altro che l’analisi di tali fattori); per noi l’io è certamente condizionato, ma non è definito dai suoi condizionamenti: la spia di questo sta proprio nel suo insopprimibile desiderio (e capacità) di libertà, come ha descritto Vasilij Grossman nel suo romanzo Vita e destino.

Questa natura positiva va educata insegnando: questo il nostro compito.


Il testo presentato è la relazione tenuta dall’Autore in occasione del convegno “Il tempo della ragione: verifica della tradizione e coscienza critica” organizzato dall’Associazione culturale “Il Rischio Educativo” sabato 10 marzo 2012 all’Università Cattolica di Milano.

 

 



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COMMENTI
12/05/2012 - Il problema della scuola sono i ragazzi che perde (Gianni MEREGHETTI)

Grazie per questa analisi così puntuale e densa di prospettive. Leggendola mi è venuto in mente don Milani, il suo pungente giudizio, che il problema della scuola sono i ragazzi che perde! Vittadini evidenzia come la questione sia ancora di stringente attualità, oggi la scuola continua a perdere troppi, troppi studenti. Non è bastato don Milani, non è bastata la scuola di massa a non perdere più ragazzi, la questione è più profonda, tocca le ragioni per cui oggi un ragazzo o una ragazza entra in classe. Allora il pensiero va a quegli anni della "Lettera ad una professoressa". In quegli stessi anni, mentre il testo di don Milani era letto da tutti i sessantottini, vi era un altro testo che si stava affermando, "Il rischio educativo", un testo che raccontava un'esperienza, quella di don Giussani. In quell'esperienza proposta da don Giussani c'era e c'è il punto di forza da cui andare all'attacco della dispersione, l'educazione come uno sguardo che libera l'umano. Una strada che oggi continua, più forte, più certa di quanto lo fosse già in quegli anni. E l'esperienza di Portofranco è oggi il segno che si può recuperare allo studio e alla vita anche quei ragazzi che la scuola perde.