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SCUOLA/ 1. Consigli (non scontati) per "orientarsi" tra soggetto e predicato

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L’impianto della tradizione era ben ordinato, nella prassi scolastica contemporanea si è in parte demolito o, come piace oggi, “decostruito”. La retorica si è abbandonata e della grammatica si sono salvati, è vero, molti aspetti centrali per la riflessione sulla lingua. Tuttavia, si sono anche deformate e banalizzate varie affermazioni, un tempo chiare e profonde, in cui si poneva l’ipotesi di una struttura grammaticale universale. Per esempio, l’affermazione che la frase è “l’espressione di un senso compiuto” sembra nonsense: che cosa si intende per “senso compiuto”? Quando il “senso” può dirsi “compiuto”? Sono facili le ironie e i dileggi della tradizione. Ma nella tradizione si diceva ben altro: si diceva, piuttosto, che la congrua dictionum ordinatio era quella che manifestava un’analoga organizzazione del piano semantico. E questo si diceva all’interno di una riflessione sui nessi fra logica e grammatica: non si definivano le frasi, ma si individuavano quelle frasi che meritavano attenzione per la loro capacità di esprimere con chiarezza l’organizzazione dell’ente logico.

È ragionevole ritenere che l’impianto della grammatica tradizionale sia molto più complesso e serio di quello che traspare dalle formule in uso nella pubblicistica scolastica anche degli ultimi anni. Queste formule hanno fatto venire in uggia la grammatica, et pour cause. Eppure, basta poco per recuperare elementi ancor oggi validi di tale edificio, con le dovute integrazioni e “ristrutturazioni”. Nell’impegnativo programma di Noam Chomsky (leggetevi i libri di Andrea Moro) si possono cogliere molti elementi dell’impianto della grammatica razionale.

Merita interesse un’altra tradizione grammaticale, che forse è meno impegnata sul versante filosofico, ma è ben fondata nella tradizione della filologia classica. Essa pone il verbo al centro della frase e considera le altre parole alla stregua di elementi che saturano le valenze del verbo. In tale prospettiva, ha osservato uno studioso ungherese (Gerd Antos), la valenza è come una bomba a orologeria: è depositata nel lessico (sappiamo dal vocabolario come si comporta un verbo) e deflagra nella sintassi.

Il fenomeno della valenza ha le sue radici nel significato. In una frase, il verbo è vertice sintattico e tendenzialmente è anche vertice semantico: quest’ultimo corrisponde a un predicato che rappresenta lo schema di un evento (in senso generico, “ciò che può verificarsi” nella realtà: situazioni, processi o azioni di vario tipo).

In questa prospettiva, cominciamo a capire qualcosa su certe nozioni come “agente” e “paziente”. Si tratta di ruoli semantici: si possono quasi accostare a una “parte” da interpretare in una pièce di teatro. Tradizionalmente, si tende a riconoscere al soggetto della frase attiva il ruolo di “agente”, mentre l’oggetto diretto è “paziente”, ossia è concepito come “ciò su di cui ricade l’azione”; a sua volta, l’oggetto indiretto di un verbo come dare riceve il ruolo di “beneficiario”. Sono etichette che corrispondono a valenze tipiche di queste categorie sintattiche. 



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