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SCUOLA/ 1. Consigli (non scontati) per "orientarsi" tra soggetto e predicato

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Da tempo, studiosi autorevoli di linguistica e didattica dell’italiano chiedono che si rafforzi l’insegnamento della grammatica nelle scuole. Negli anni recenti, questo appello sembra aver raccolto l’attenzione di un numero sempre maggiore di insegnanti, esperti, commentatori. Nelle “linee guida” della programmazione didattica, in sede ministeriale, si invita a promuovere le attività di riflessione metalinguistica, nelle quali la componente grammaticale viene opportunamente collocata.

Non è un ritorno all’antico. Piuttosto, è un recupero di una dimensione recentemente trascurata. Perché si è abbandonata la grammatica? Alcuni tuttora sostengono che non serva a nulla insegnare storielline come quella del soggetto “che fa l’azione”. Hanno ragione: non è così che si può descrivere un soggetto sintattico. Purtroppo, invece di far chiarezza su questa nozione, si è preferito buttar via l’insegnamento grammaticale.

A dire il vero, certe formule (p.es. “la frase è l’espressione di un pensiero compiuto”) facevano vergognare gli insegnanti anche ai tempi del Re e della Buonanima. Sembravano formule da attribuire alla tradizione della grammatica razionale, ma erano, piuttosto, frasettine fuori contesto, inserite nei manuali a uso scolastico come rimedi per risparmiare a insegnanti e scolari sforzi “cognitivi” eccessivi. Proprio quelle frasi sostituivano un discorso rigoroso e complesso (cioè una teoria), che aspirava a dare un fondamento logico-filosofico alla grammatica. Era, questo, un tentativo rivolto quasi esclusivamente alla struttura delle espressioni di concetti e giudizi. In questa prospettiva, i concetti sono intesi come termini mentali che si manifestano nei sostantivi; a loro volta, i giudizi sono considerati come la connessione fra un predicato e un argomento: si dice “predicato” la caratteristica che viene affermata o negata a proposito di una sostanza (“hypokeimenon”, cioè “sub-iectum”).

Questa tradizione ha stabilito un parallelismo tra il predicato e il verbo finito e ha chiamato “soggetto” il sostantivo (o il pronome) che si connette a un verbo finito e costituisce un enunciato. Si sono tralasciate varie altre strutture, come le frasi che non esprimono giudizi: ancora oggi, del resto, nelle grammatiche si dedica scarsa attenzione alle frasi interrogative e a quelle iussive. Eppure, nell’uso quotidiano sono assai frequenti. Queste frasi erano un tempo tralasciate perché “nihil enuntiant determinate” (“nulla affermano o negano con determinatezza”), come scrivevano in epoca moderna. È chiaro che la lingua era studiata in quanto strumento di manifestazione di concetti e giudizi. La grammatica era il risultato di una riflessione sulla struttura dell’ente logico. L’organizzazione della lingua era, per così dire, “piegata” all’organizzazione della logica minor, a sua volta basata su una logica maior (si veda il primo volume degli Elementi di filosofia di Sofia Vanni Rovighi).

La fondazione filosofica rispondeva all’esigenza di riconoscere l’unità del sapere umano. Per questa via, si tendeva a ricondurre la struttura delle lingue alla struttura degli enti di ragione (concetti e giudizi). E poiché la ragione umana è universale, la grammatica era una et eadem in omnibus linguis. Ne discendeva la convinzione che tutte le grammatiche si potessero presentare allo stesso modo di quella porzione di latino impiegata per descrivere le espressioni dei concetti e dei giudizi. Per l’esigenza di universalità, si tralasciavano molti fenomeni difficili da collocare nel quadro ristretto e riduzionista così delineato. Quel che non rientrava nella grammatica era patrimonio di un’altra disciplina, chiamata “retorica”. E i conti tornavano.



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