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SCUOLA/ Chi sono i veri perdenti nella "guerra" tra l’inglese e l’italiano?

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Non si tratta infatti di superare la lingua madre, ma di sviluppare quella lingua di comunicazione internazionale e della comunità scientifica che consenta ai laureati di rapportarsi con la comunità scientifica internazionale ed essere pronti ad agire sul mercato globale.

Perché la competitività delle università come del sistema produttivo dipende in larga parte dall’interconnessione di questi sistemi con l’esterno. Contestualmente il rafforzamento delle connessioni internazionali del sistema di alta formazione riveste un ruolo centrale per le connessioni internazionali dei territori, delle persone, delle aziende.

L’obiettivo di internazionalizzare le università e le città è un obiettivo strategico che dovrebbe essere condiviso da tutti. Il potenziamento dell’utilizzo della lingua internazionale è un passaggio obbligato, e se un’importante università decide di farlo in via esclusiva significa che sta scegliendo con chiarezza un posizionamento internazionale.

Da più parti si chiede gradualità. Al contrario penso che non ci si possa più permettere di chiedere a chi è pronto di restare in attesa che altri livelli, altre scuole, altri insegnanti lo siano. Anche i livelli scolastici pre-universitari sono pronti a dare il proprio contributo a questa sfida dell’internazionalizzazione, portando ad una vera “acquisizione” della lingua che non sia più mero “apprendimento scolastico”.

Vi sono molte scuole che già oggi portano in Italia laureati provenienti da università europee e statunitensi con il compito di svolgere attività di assistenti madrelingua per lo sviluppo della metodologia Clil, ovvero l’insegnamento delle discipline scientifiche in lingua straniera.

Sono attivi anche progetti tra scuole e università, tra cui il progetto “Highlight for Highschool” con il Mit di Boston, che ha la finalità di fornire risorse e sviluppare metodologie per migliorare l’apprendimento della scienza, della tecnologia e della matematica, attraverso la messa a disposizione dei programmi e delle lezioni di 1.800 dei suoi corsi.

Sono esperienze all’avanguardia ma non così rare, che aiutano il sistema scolastico ad innovarsi, supportando anche l’evoluzione della didattica e della professionalità dei docenti, sempre più sensibile alla crescente complessità – anche linguistica – dei processi di apprendimento.

Dall’altro lato ciò che è forse ancora più importante è il fatto che queste esperienze partano dal basso, dall’autonomia scolastica e che coinvolgono le reti di scuole, che giocano un ruolo importante per la diffusione dell’innovazione, la condivisione delle esperienze e delle risorse umane di qualità.

Ciò dimostra quanto la scuola oggi possa spingersi sul fronte dell’autonomia, mostrando inventiva, innovazione e capacità di dare risposta reale ai bisogni.



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COMMENTI
28/05/2012 - Ottimo PoliMI (Antonio Servadio)

L'iniziativa del PoliMI è eccellente sotto vari profili. Aumenterà gli incassi. Contribuirà ad attrarre i cervelli stranieri verso l'Italia, che su questo fronte è penosa. Spingerà i docenti a svecchiarsi, per imparare a parlare Inglese (debbo presumere che già lo sappiano leggere). Già ora questa iniziativa fornisce un buon esempio ad altri atenei. Non si tratta di abbandonare la lingua o di svilirla. E' un ateneo squisitamente tecnologico. Scienza e tecnologia, oggi, parlano solo e soltanto Inglese. Gli studenti Italiani che usciranno dai corsi del PoliMI saranno già pronti per affrontare incarichi di lavoro o di ricerca all'estero. Il discorso è diverso per i corsi di laurea in lettere e affini discipline.

 
16/05/2012 - No all'imperialismo linguistico (Tiziano Gentile)

Articolo, a mio avviso, fuori luogo. Oggi vogliono anglificare il Politecnico perché "già alcuni master sono in inglese". Domani anglificheranno le specialistiche delle altre facoltà di ingegneria perché "già lo fa il politecnico". Poi anglificheranno le altre facoltà (scienze politiche, sociologia, ecc) per "essere internazionali sull'esempio delle facoltà tecniche". E via di seguito: le triennali e poi la scuola. Nessuna autarchia linguistica. Nessuno è contro alcuni programmi in inglese. Ma non tutti. Si tratta di una questione di libertà, di multilinguismo e di uguaglianza. Mettiamocelo in testa: l'inglese è la lingua degli anglo-americani, è una battaglia persa voler competere con loro sul terreno della loro lingua! Vi è a questo punto una sola strada: respingere la politica del Politecnico, tagliargli i fondi pubblici se non cambia direzione, fare una legge a tutela dell'italiano che protegga chi vuole essere libero di studiare nella propria lingua madre. La qualità della università in Italia non migliorerà certo facendo i corsi in inglese. Migliorerà quando arriveranno più fondi e si premierà il merito. L'anglificazione selvaggia porta solo alienazione culturale, servilismo geo-politico, e alla lunga rende l'italiano un dialetto dell'inglese. Le leggi della sociolinguistica sono chiare. Non esiste il bilinguismo puro: la lingua più forte schiaccia la più debole. Dobbiamo impedire che questo accada, dobbiamo bloccare la follia del Politecnico e del ministro Profumo.