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SCUOLA/ Chi sono i veri perdenti nella "guerra" tra l’inglese e l’italiano?

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Quando, nei mesi scorsi, il Politecnico di Milano decise di attivare tutta la propria formazione magistrale e dottorale in lingua inglese a partire dal 2014 si crearono fronti di favorevoli e contrari, molte polemiche e molte posizioni in difesa dell’autarchia linguistica, come se fosse in gioco l’esistenza della lingua e cultura italiana di fronte all’imperialismo anglosassone.

In realtà la decisione avrebbe riguardato solo una realtà, quella del Politecnico di Milano, che già si colloca in un contesto di forte orientamento alla lingua inglese, con due corsi di laurea, undici corsi di laurea magistrale e trentuno corsi di dottorato interamente in lingua inglese. È evidente che le discipline tecniche e scientifiche tipiche di un politecnico parlano inglese già da molto tempo; diversa è la situazione delle università generaliste, dove le scienze umane, sociali, giuridiche, linguistiche, non sono orientate verso il monolinguismo inglese.

Non si tratta quindi di difendere la nostra lingua o cultura, che non sono messe in pericolo dalla lingua della comunità scientifica, ma di preoccuparci del posizionamento delle nostre università tecniche e scientifiche e del nostro sistema produttivo nel contesto internazionale di innovazione dei prossimi 20 o 30 anni.

La recente analisi dell’Ocse sull’alta formazione, pur riconoscendo alla Lombardia la leadership italiana nella ricerca e sviluppo – con il 30% del ricercatori del settore privato e 9mila laureati ogni anno in materia scientifiche in un ventaglio di più di 60 specializzazioni – indica le evoluzioni necessarie per il mantenimento della posizione nel confronto con i territori concorrenti a livello internazionale. Le vere sfide, infatti, non sono interne al Paese, ma nei confronti del mondo esterno. Secondo l’Ocse le università dovrebbero compiere maggiori sforzi per attirare talenti internazionali e mantenerli collegati al sistema di istruzione superiore. Lo sviluppo di una politica di internazionalizzazione globale per l’università richiede non solo lo scambio di studenti e del personale, la firma di accordi con le istituzioni paritetiche e la partecipazione a organizzazioni internazionali, ma anche il supporto all’attrazione di talenti e investimenti esteri diretti nella regione, introducendo una dimensione globale, internazionale ed interculturale nell’insegnamento, nella ricerca, nei servizi pubblici, e operando il collegamento tra le aziende locali con le reti globali.

Per fare ciò serve inoltre una elevata capacità di accoglienza, connessioni stabili con il sistema globale delle università, un’offerta formativa qualitativamente in linea con gli standard internazionali, e l’uso dell’inglese come lingua di riferimento, che è quindi elemento necessario seppur non sufficiente.

In questo contesto non stupisce che già oggi 21 atenei in Italia offrano 38 corsi di laurea specialistica e 189 dottorati in sola lingua inglese.



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COMMENTI
28/05/2012 - Ottimo PoliMI (Antonio Servadio)

L'iniziativa del PoliMI è eccellente sotto vari profili. Aumenterà gli incassi. Contribuirà ad attrarre i cervelli stranieri verso l'Italia, che su questo fronte è penosa. Spingerà i docenti a svecchiarsi, per imparare a parlare Inglese (debbo presumere che già lo sappiano leggere). Già ora questa iniziativa fornisce un buon esempio ad altri atenei. Non si tratta di abbandonare la lingua o di svilirla. E' un ateneo squisitamente tecnologico. Scienza e tecnologia, oggi, parlano solo e soltanto Inglese. Gli studenti Italiani che usciranno dai corsi del PoliMI saranno già pronti per affrontare incarichi di lavoro o di ricerca all'estero. Il discorso è diverso per i corsi di laurea in lettere e affini discipline.

 
16/05/2012 - No all'imperialismo linguistico (Tiziano Gentile)

Articolo, a mio avviso, fuori luogo. Oggi vogliono anglificare il Politecnico perché "già alcuni master sono in inglese". Domani anglificheranno le specialistiche delle altre facoltà di ingegneria perché "già lo fa il politecnico". Poi anglificheranno le altre facoltà (scienze politiche, sociologia, ecc) per "essere internazionali sull'esempio delle facoltà tecniche". E via di seguito: le triennali e poi la scuola. Nessuna autarchia linguistica. Nessuno è contro alcuni programmi in inglese. Ma non tutti. Si tratta di una questione di libertà, di multilinguismo e di uguaglianza. Mettiamocelo in testa: l'inglese è la lingua degli anglo-americani, è una battaglia persa voler competere con loro sul terreno della loro lingua! Vi è a questo punto una sola strada: respingere la politica del Politecnico, tagliargli i fondi pubblici se non cambia direzione, fare una legge a tutela dell'italiano che protegga chi vuole essere libero di studiare nella propria lingua madre. La qualità della università in Italia non migliorerà certo facendo i corsi in inglese. Migliorerà quando arriveranno più fondi e si premierà il merito. L'anglificazione selvaggia porta solo alienazione culturale, servilismo geo-politico, e alla lunga rende l'italiano un dialetto dell'inglese. Le leggi della sociolinguistica sono chiare. Non esiste il bilinguismo puro: la lingua più forte schiaccia la più debole. Dobbiamo impedire che questo accada, dobbiamo bloccare la follia del Politecnico e del ministro Profumo.