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SCUOLA/ Ecco perché senza la tradizione non si può educare

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Viviamo in un’epoca in cui le scelte, anche le più globali e più incidenti sui destini dell’umanità, sono dettate dalle emozioni, dai pregiudizi, figli spesso dell’ignoranza, e dagli interessi. La frammentazione è diventata la caratteristica della vita, sia sociale sia personale; venuti meno gli ideali e l’abitudine ad affrontar la vita “guardando alto” ci si ripiega su di sé, sulle proprie cose, timorosi che qualcuno ce le rubi. L’individualismo genera solitudine, ha detto recentemente il card. Bagnasco, e i suoi frutti si vedono nelle piaghe sociali dell’inganno e della truffa, della corruzione e dell’indifferenza.

Un bene diviso cessa di essere bene; opposto all’altrui bene, il proprio si corrompe in un frutto di rapina, diceva Agostino, la quale, per essere portata a termine, ha sempre bisogno di un atto violento, esplicito o umanitariamente camuffato.

Se non si vuole a lungo percorrere questa china, e soprattutto se non si vuole che le giovani generazioni, contraddicendo i loro stessi desideri e le loro più vive aspirazioni, siano indotti, per consuetudine o necessità, a calpestare gli stessi selciati, occorre un riscatto, un cambiamento, morale e, ancor di più, intellettuale. Il nesso fra bene e ragione è infatti inscindibile : il bene è l’organico compiersi dell’essere e la ragione è ciò che ne comprende il senso. Perciò la società, come ha recentemente ricordato il card. Angelo Scola a Parigi, è “maxime opus rationis”  (in modo prevalente opera della ragione), giacché il bene comune, quel “bene condiviso nella stessa socialità”, come “bene umano non ha automatica attuazione ma va voluto e praticamente perseguito” (Etica cristiana e vita in società, Conferences de Careme Notre-Dame 2012). Non si esce dalla crisi con provvedimenti tecnici, pur necessari, né la si può affrontare basandosi sui calcoli del pensiero tecnocratico o sugli espedienti della convenienza politica. È indispensabile un salto di ragione: tornare a ragionare sulla base della verità e del senso delle cose, non della pura convenienza, tornare a dare le ragioni di ciò che si dice e si sceglie, tornare a cercare le ragioni di ciò che accade, sia storicamente sia esistenzialmente.

È questo, crediamo, il grande invito che l’attuale pontefice ha rivolto alla cultura e alla società di questo inizio di millennio: il ripensamento della razionalità moderna, proposta dal discorso di Regensburg in avanti, scaturisce infatti da una stima per la ragione umana, considerata elemento essenziale della comprensione che l’uomo ha di se stesso e del mondo, delle relazioni che vive e delle scelte che compie.

Se ciò è ritenuto plausibile e accettabile, allora diviene facile individuare il compito primario dell’educazione e dell’istruzione nella duplice direzione di favorire la stima e la scelta per la ragione e, al tempo stesso, di superare criticamente i limiti di una razionalità puramente tecnica e strumentale. Si tratta, in altri termini, di mostrare e far comprendere il valore della ragione, spalancandone i confini e scoprendo le possibilità di conoscenza e di azione che essa offre a spiriti desiderosi di conoscere la verità e di cambiare in meglio il mondo in cui vivono. 



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