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SCUOLA/ Ecco perché senza la tradizione non si può educare

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È il compito, duplice e congiunto, di “educare alla ragione” – educare al rispetto e alla stima per la ragione, alla preferenza ad essa accordata rispetto ad altri modi di formazione dell’opinione e di elaborazione di scelte e decisioni, allo studio dei processi del ragionamento e dell’argomentazione, ma anche educare all’abitudine (habitus) a ricercare le ragioni degli altri e a dare le proprie ragioni, rendendo familiari le dimensioni del dialogo, dell’ascolto, del confronto – e di “educare la ragione” – nel duplice senso, a) soggettivo e b) oggettivo : a) educare la mente a ragionare, in modo corretto e sicuro, ampio e geniale, secondo quegli ideali dell’intelligenza umana che sono stati ben descritti nella letteratura occidentale e anche orientale (da Agostino a Tagore, o, più prossimi a noi, negli scritti di Newman e in quel prezioso testo di Jean Guitton che è La nuova arte di pensare ; b) educare ai “modi” della ragione, mediante i quali essa raggiunge i propri oggetti e risultati, operando quell’auspicato allargamento che non riguarda specificamente la facoltà, bensì la forma della razionalità che filosoficamente e scientificamente si è posta come paradigma del discorso razionale, e persino ragionevole, relegando nella sfera del sentimento e degli affetti tutto ciò che non rientra a pieno titolo sotto il suo dominio.

Ben si vede che il rapporto fra educazione e ragione, nelle sue molteplici dimensioni, è impresa di non poco conto, che richiede risorse e doti personali, ma anche impegno di studio, di ricerca, di riflessione, che coinvolga studiosi e istituzioni, realizzando, ad esempio, quel sempre auspicato, ma ancor difficilmente realizzato, rapporto fra mondo della formazione e della scuola e istruzione superiore e ricerca.

E altrettanto bene si può vedere che tale rapporto interessa l’essere umano in tutte le sue età, dai primissimi anni della sua esistenza - nei quali osmoticamente apprende a conoscere e a conoscersi, a usare il linguaggio e le mani, a relazionarsi ad altro – fino alla maturità e alla vecchiaia, quand’egli ancora impara a ragionare, forse gustando, più di prima, il sapore delle parole e delle idee.

Vediamo ora che cosa può significare tutto ciò per la scuola. Credo si possano fare due rilievi fondamentali, più sintetico il primo, più ampio e articolato il secondo.

1. Anzitutto, considerare la scuola come l’ambito proprio dell’educazione alla ragione e della ragione, piuttosto che il luogo dell’incontro o scontro di opinioni diverse, oppure della socializzazione delle differenti esperienze sotto una forma che le contenga tutte, significa porre un elemento di comunanza fra gli esseri umani. L’accordo che parzialmente gli uomini possono ottenere su singoli interessi – siano essi nobili o puramente edonistici – oppure l’uniformità formale, causata dall’osservanza di una norma che riguarda il comportamento esteriore, vengono estesi e penetrati quando a loro fondamento si ponga la ragione, nella quale, dicevano i medievali, tutti gli uomini si ritrovano (Tommaso, Summa contra Gentiles I, 2 : “Unde necesse est ad naturalem rationem recurrere, cui omnes assentire coguntur”).

La ragione può essere la base del confronto fra individui che provengono da culture, tradizioni e religioni diverse, i quali, senza rinunciare o mettere fra parentesi la propria appartenenza e provenienza, possono trovare nell’argomentazione e nel confronto razionali il punto di dialogo e di comprensione della propria identità. Ma anche la ragione può essere base del confronto fra chi appartiene alla medesima cultura e alla memoria che la sorregge, portando a consapevolezza o a evidenza ciò che era dato per supposto e ovvio. 



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