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SCUOLA/ Ecco perché senza la tradizione non si può educare

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In entrambi i casi la ragione fonda la natura del rapporto e dell’azione e può addirittura configurare una nuova attitudine di pensiero e di vita, creando così un ambito nuovo, di persone libere e capaci di pensare e ragionare. Vaclev Havel, recentemente scomparso, ha sostenuto, in un suo famoso testo che molto ha insegnato agli occidentali, Il potere dei senza potere, che il regime comunista del suo paese ha cominciato a crollare quando qualcuno, le persone normali, l’ortolano e commerciante della strada, hanno cominciato a dire la verità, rifiutando la menzogna e l’inganno, usando la loro ragione e non badando alle intimidazioni e ai condizionamenti sociali e psicologici.

Questo ideale è proprio della scuola sia essa dello Stato o paritaria e, come è stato all’inizio detto, proprio questo definisce il carattere “pubblico” dell’istruzione. Quando una scuola libera fa sua questa impostazione, svolge una funzione per tutti, appunto pubblica, e non può essere esclusa per l’accusa di rimanere nel proprio recinto, a difesa dogmatica delle proprie convinzioni. Anzi, per altro verso, proprio il tentar l’impresa di comunicare ad altri le proprie visioni e convinzioni significa accettare la sfida del confronto e del paragone, che costringe a trovarne la fondatezza e a reggere alle possibili obiezioni e critiche.

2. Ciò ci porta al secondo aspetto, più complesso, che possiamo così definire : l’educazione alla ragione nella scuola si identifica con la formazione della coscienza critica, ossia con la capacità di giudizio e con la vera libertà di scelta.

Questa finalità non è affatto scontata; essa anzi si distingue da altri fini e metodi formativi, i quali, invece di una coltivazione dell’intelligenza e del temperamento, preferiscono sviluppare l’apprendimento di tecniche operative e risolutive. Non sto affatto pensando ai metodi di insegnamento e apprendimento consoni a un tipo di formazione professionale, il cui sviluppo è auspicabile, così come la rivalutazione, anche in termini culturali e didattici, del lavoro manuale. Piuttosto mi riferisco a metodi di addestramento tipici di training aziendali o di metodiche come il problem solving. È davvero triste che, mentre in Italia essi continuano ad essere di moda, là dove questi metodi furono anni fa sperimentati, ora si cerca di invertire la rotta, rivalutando gli aspetti creativi e critici dell’apprendimento.

Il problema della formazione consapevole e critica delle giovani generazioni è un problema urgente, avvertito sia dagli adulti più attenti, ma fortemente sentito dagli stessi giovani, soprattutto da coloro che, cresciuti dopo il crollo dei “muri” e in ambienti fortemente tecnologici, stanno rappresentando una nuova generazione, per molti tratti diversa dalla precedenti.

Le discussioni e gli approfondimenti, avvenuti in numerose scuole, in preparazione di questo convegno hanno rivelato un bisogno crescente, nei giovani, di trovare e dare senso alle cose che studiano e fanno, superando un sapere vuoto e approssimativo, non soffocando sotto una mole di informazioni, ormai smisurata e spesso senza alcun nesso evidente che le colleghi, opponendosi a una pervasiva invasione delle coscienze, che genera, nei più seri, un forte smarrimento, nei più superficiali sono cinismo.

Se a tutto ciò occorre porre rimedio, assumendo sulle proprie spalle l’arduo compito di formare personalità mature e consapevolmente critiche – compito che, come si è detto, è proprio della scuola e la qualifica come pubblica –, compito che inizia, ben lo sappiamo, dai primi anni di scuola, anzi anche prima, e si mostra, in tutta la sua gravità, negli anni dell’adolescenza e della giovinezza, si deve allora chiarire il modo o il metodo per realizzarlo.



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