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SCUOLA/ Ecco perché senza la tradizione non si può educare

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A questo proposito, il suggerimento di metodo contenuto ne Il rischio educativo nel punto in cui si tratta della tradizione e della verifica appare di un’attualità sorprendente. E credo sarebbe buona cosa che esso fosse non solo rimeditato e discusso, ma anche tradotto in pratica, nella quotidiana vita delle scuole. Da parte mia, vorrei solo indicare alcuni aspetti, di questo che è considerato un principio fondamentale dell’educazione, e accennare a un problema.

Il valore della tradizione e della sua verifica, per conseguire una vera capacità di giudizio e di responsabilità, morale e affettiva, è collocato da Luigi Giussani in opposizione alla spontaneità evolutiva – che situa nella persona stessa il criterio della sua maturazione – e all’ideologia, che riduce la realtà. La tradizione non è il passato che vive nel passato; e la verifica non è la messa alla prova analitica e dialettica. Piuttosto la tradizione è qualcosa di vivo, che riguarda, per un verso, il soggetto umano, nella sua natura storica determinata, per l’altro verso la ricchezza di un patrimonio vissuto e tramandato. “Il vero concetto di tradizione, scrive Giussani, è quello di rappresentare valori da riscoprire in nuove esperienze” (104). Questo stretto nesso fra tradizione e presente è realizzato nell’idea di ipotesi esplicativa della realtà: per interpretare e comprendere il senso della realtà occorre un’ipotesi, che rivela la sua pertinenza e conformità quando viene messa in gioco, ossia verificata.

Il giovane non è una tabula rasa su cui scrivere, né una mente vuota da riempire, ma rappresenta una “tradizione”, ossia il complesso di linguaggi, idee, visioni e comportamenti che vengono a costituire storicamente il suo io. Bene: è questo io, così concepito, che deve essere messo in grado di confrontarsi con il mondo e confermarsi nella sua tradizione, riscoprendola “in nuove esperienze” o, laddove non avesse più valore, prendendone le distanze. Ma al giovane questa tradizione è stata data; a lui proviene, tramite chi gli è stato prossimo, da lontano. È una tradizione che ha una storia, con radici, rami e frutti, la quale contiene un’ipotesi esplicativa per affrontare e comprendere il mondo, le cose e gli avvenimenti. Convinzione e impegno esistenziale del giovane scaturiranno dalla sua verifica.

Ora, diversamente che nel passato queste due “tradizioni” – quella che è il patrimonio storico e culturale del giovane e quella della storia – non collimano più né l’una è, per così dire, osmoticamente trasmessa, sì da diventare la propria tradizione. Si potrebbe dire che il singolo possiede una sua tradizione che è al di fuori di una tradizione riconosciuta. Questa dissonanza è fonte di gravi conseguenze e, in sostanza, della difficoltà a generare un cammino umano solido e costruttivo. La tradizione storica, in altri termini, non sembra più raggiungere il soggetto nel tempo presente, quasi si trattasse di una comunicazione interrotta o impedita,o sottoposta a svariati e molteplici fraintendimenti. Ne segue un impegno di verifica difficoltoso e confuso, spesso infruttuoso. E, se vale quanto detto prima, ne consegue che la formazione della coscienza critica risulterà ostacolata o menomata. 

 



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