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SCUOLA/ Ecco perché senza la tradizione non si può educare

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Che fare allora? Una risposta la si può trovare nelle semplici, ma al tempo stesso drammatiche e fondamentali parole di un gruppo di adulti che nei mesi scorsi hanno aperto a Kampala una scuola, la Giussani High School. Per chi ha visto le prime pagine dei quotidiani, o ha visto su Youtube le sconcertanti immagini dei bambini soldato, esse assumono un significato tutto particolare e quasi profetico. In una situazione di estremo bisogno materiale, di lotta cruenta, di instabilità politica, queste donne hanno fatto una scuola “perché desideriamo” – hanno dichiarato – “che anche i bambini e i ragazzi, come gli adulti, capiscano il valore reale che hanno”. Infatti, chi li aiuterà a diventare adulti, se non potranno andare a scuola? Di qui la scelta di “creare un luogo meraviglioso di compagnia affinché i ragazzi possano scoprire loro stessi”, ed essere così in grado di affrontare la vita e di prendere decisioni.

La risposta può venire allora da una tradizione viva nel presente che viene partecipata e comunicata, in modo da essere rivissuta “in nuove esperienze”. È un concetto caro a Newman, che vide proprio nell’idea di living tradition il nucleo centrale dell’educazione e dello sviluppo intellettuale dei giovani. Come scrisse Newman, la tradizione “è la via attraverso la quale le cose giungono sino a noi; è naturale e necessario che ci fidiamo di essa; è una fonte di informazione a cui beviamo ogni giorno (...) Per di più, la tradizione è effettivamente un fondamento razionale, è un argomento per credere, fino a un certo punto” (J.H. Newman, PG, pp.112-113). Questo è il compito della scuola e, anche, l’unico vero motivo per cui si inizia e si continua l’impresa, complessa e irta di difficoltà, di fare e sostenere una scuola libera.

Ma una tradizione è viva se qualcuno la vive e la propone nel presente. E questa, per usare ancora un’espressione di Giussani, è l’opera del genio. “Il genio è testimonianza di una visione del mondo, e quindi è sempre offerta di un’ipotesi di vita” (Il rischio educativo, p. 69) Genio, potremmo dire, è chi vive in prima persona il rapporto vivo con la tradizione, con convinzione e impegno, fino a comunicarla agli uomini del suo tempo, come ipotesi per affrontare problemi e vicende. Il genio così diventa maestro, e la nostra è un’epoca in cui c’è estremo bisogno di maestri, ossia di uomini e donne che sappiano vivere e comunicare un senso delle cose, così che esso possa essere oggetto di quell’infaticabile lavoro umano che tende a rendere vere le parole e le idee.

Quasi cento anni fa, nel 1918, pensando anche a questa università, padre Agostino Gemelli scriveva: “Tutti parlano di ricostruire... Ma per ricostruire il mondo bisogna avere fede in qualcosa, in un ordine nuovo, in una giustizia migliore, in un’idea che regoli l’assetto del mondo. Per ricostruire il mondo bisogna una passione che abbrucia e consuma, per la quale ci si dedica tutti a rifare meglio ciò che gli altri hanno fatto male. Bisogna sentirsi così presi da questa passione, da non riguardare i propri interessi particolari, da non sentire i propri bisogni e da vivere esclusivamente per un altro mondo, per un’altra vita” (Ricostruzione, in Vita e Pensiero, 4/VIII, 1918, pp. 561-562).



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