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SCUOLA/ Perché non sappiamo l'inglese? Chiediamolo ai "vicini"

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

L’università fa comunque seguito a un cursus formativo di 13-14 anni. Quindi le sue scelte in campo linguistico risultano astratte e controproducenti se non sono in sintonia con quanto al riguardo accade in precedenza, sin da quella della scuola primaria. Non ripeto qui quanto già scrissi in altre occasioni. Mi preme ora innanzitutto sottolineare che nel mondo in cui viviamo la scuola deve educare al multilinguismo, al successivo apprendimento di nuove lingue anche in età adulta, all’acquisizione della competenza passiva, ovvero della capacità di comprendere lingue che pur non si parlano; e non al campo chiuso dei monolinguismi. Ciò tuttavia non è possibile se non si prendono le mosse da una conoscenza forte e approfondita della propria lingua materna e della propria parlata, quale che essa sia (ovvero tanto lingua standard quanto dialetto).

Tanto più per noi europei, che viviamo in un continente ove si usano non meno di trenta lingue scritte, codificate e di uso pubblico ufficiale, la prima lingua diversa dalla propria da imparare è la “lingua del vicino”, e non l’inglese. Per noi in Italia ciò significa il francese o il tedesco o una lingua dei popoli che stanno sulla riva orientale dell’Adriatico o l’arabo (e ancora il francese). Dal momento che oggi viene garantita l’istruzione ben oltre l’antica “scuola dell’obbligo”, tanto più diviene senza senso precipitarsi a insegnare l’inglese. Se adeguatamente valorizzata, la prossimità geografica dà una forte spinta psicologica all’apprendimento della lingua del vicino per quanto essa sia lessicalmente lontana dalla propria.

Ed è molto importante che lo studio della prima lingua straniera cui si pone mano non sia un fallimento. Lo studio dell’inglese è meglio che cominci dopo, come si fa nelle scuole del Canton Ticino, dove gli studenti – nel cui curriculum ci sono peraltro più ore di italiano di quelle che si fanno da noi – escono dalle scuole medie parlando bene tre lingue moderne: le altre due principali lingue nazionali svizzere, cioè il tedesco e il francese, nonché l’inglese. Se lo si può fare a 12 chilometri da Varese, a 0 da Como e a meno di 50 da Milano lo si deve poter fare anche in Italia. Si tenga poi conto che per noi ha una particolare importanza il francese, lingua del vicino ma anche lingua d’uso internazionale, il venir meno della conoscenza della quale ci sta causando notevoli danni, tra cui in primo luogo una maggiore difficoltà in relazioni per noi cruciali come quelle con il Nordafrica e l’Africa occidentale sub-sahariana.


http://robironza.wordpress.com/


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COMMENTI
28/05/2012 - Dolente di dover dissentire (Antonio Servadio)

Sono dolente di dover dissentire da Robi Ronza su parte di quanto ha esposto qua sopra. Mi trovo invece allineato con i commenti dei lettori precedenti. Ronza afferma che l' "international English (...) tarpa le ali (...) alla ricerca pura". Nella ricerca scientifica (e ho ben chiaro l'esempio di biologia, biotecnologie etc.) tutto ciò che davvero conta è scritto in lingua inglese. Anche gli Italiani scrivono i propri articoli in lingua inglese, su riviste internazionali ed in qualche caso anche su riviste Italiane. In vari congressi nazionali, anche gli Italiani parlano Inglese, quando sono presenti alcuni ospiti stranieri. Gli scambi e le collaborazioni non hanno confini e l'Inglese è pane quotidiano. Farne a meno non ha senso e complicherebbe le cose. Non si capisce affatto in quale modo l'Inglese tarperebbe le ali. Chi è dell'ambiente solitamente scrive e parla in Inglese altrettanto facilmente che in Italiano, e non di rado l'Inglese permette maggiore chiarezza e fluidità.

 
24/05/2012 - ...ma sentiamo Azzone (Stefano Asei-Conte)

Ritengo che la mossa del Politecnico vada letta in una differente prospettiva da quella dell'articolo. MI sembra utile a tal fine segnalare le parole dello stesso Rettore intervistato recentemente dalla BBC (http://www.bbc.co.uk/news/business-17958520), di cui mi limito a citare qui le seguenti: "I would have preferred if Italian was the common language, it would have been easier for me - but we have to accept real life". Credo che la mossa sia supportata anche dalla coscienza della qualità dell'insegnamento che si impartisce al Poli, il quale se impartito solo in lingua italiana ha ben poche chances (questo è francese inglesizzato o similia) di venire adeguatamente riconosciuta e/o messa in discussione. Se poi questo servirà ad attualizzare i metodi di insegnamento delle lingue anche negli Ordini di Scuola "a monte", si potrà ben dire che l'obiettivo non sarà stato solo raggiunto ma superato.

 
22/05/2012 - Tutto così negativo? (フランチェスコ リナレッリ)

Si possono comprendere alcune preoccupazioni circa l'impoverimento della lingua, e sono perfettamente d'accordo che la padronanza della propria lingua è fondamentale, ma mi sembra non siano osservazioni rilevanti nel caso in specie. Il Politecnico di Milano farebbe quello che altre università di rango internazionale già fanno, e cioè cerca di rendere più accessibile i propri corsi a stranieri di talento che vogliono studiare in Italia senza dover essere dei Petrarca in erba. Questo è perfettamente ragionevole, specie perché il Politecnico insegna scienze ingegneristiche, e per quanto alcuni professori possano lamentare che non si riesca più a parlare di informatica in puro italiano, né per la carriera accademica né per le aziende questo è un grande svantaggio competitivo, anzi. Né è detto che tutti gli atenei debban fare lo stesso. Ci può benissimo essere un sistema dove ottime università in lingua italiana si affiancano a università in lingua inglese. Sarebbe difficile trovare il tempo per tradurre la ricerca di punta in italiano? Non certamente più di ora. Piuttosto, si cominci a far funzionare davvero la ricerca in Italia e, vedrete, non ci sarà alcun problema nel dare all'Italiano dignità accademica internazionale.

 
22/05/2012 - penso che... (francesco taddei)

l'inglese sarà pure lingua franca, ma è la Germania che attira cervelli. Cioè un paese aumenta il numero di persone che studia la propria lingua per le possibilità che offre. L'italia potrebbe fare promozione della propria lingua all'estero per l'arte, la cultura e la lirica (e il corpus di leggi antimafia!), ma questi campi oggi non offrono molto in Italia, paese che non investe. Non credo che i nostri vicini francesi e tedeschi studino l'italiano. Per l'importanza internazionale non dipende solo dal passato coloniale, ma dalla forza economica, come ad esempio lo studio del cinese. L'italiano forse potrebbe avere un ruolo internazionale nel suo rapporto con l'identità cristiana.

 
22/05/2012 - mah (Alberto Consorteria)

perché inspiegabilmente a scuola ci insegnano letteratura inglese. E invece ci dovrebbero insegnare la lingua, come scrivere, come fare una presentazione, come parlarci. Ci insegnano Shakespeare (io studiai quasi solo lui) ma non sappiamo parlare. L'inglese non è il greco, lo si studia non per la letteratura, per formare cuore e mente, ma per comunicare.