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SCUOLA/ La "voglia di studiare"? Aboliamola dal vocabolario

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

Purtroppo a scuola si dà per scontato che tutti sappiano effettivamente in che cosa consista lo studio. Ci si comporta, dentro e fuori la scuola, come se lo studio fosse elemento strutturale dell’umano, un imperativo (“Dovete studiare”) connaturale ed intrinseco all’essere uomo, per cui basta schioccare le dita che subito scatta la passione e l’impegno dello studio. Molti docenti non avvertono l’esigenza di condividere il significato, i passi e le ragioni dello studiare questa o quella materia. Forse, confondono tra apprendimento spontaneo ed apprendimento insegnato, tra il desiderio di conoscere e lo studio, tra la curiosità e la studiosità.

A questi insegnanti domanderei: “Quando assegniamo, per esempio, in una terza media, il compito di studiare L’infinito di Leopardi, i nostri studenti sono consapevoli di che cosa stiamo chiedendo? Sanno attribuire lo stesso significato e analoghe movenze all’azione ‘studiare L’infinito’ che dà l’insegnante? Si rendono conto che studiare è confrontarsi ed immedesimarsi con lo sguardo sulla realtà di un grande uomo?”. No? 

Lo studio è dialogo - paragone con i grandi uomini della cultura, dell’arte, della scienza, della tecnica. Lo è grazie all’insegnamento all’interno di una compagnia guidata (classe), che è risorsa perché lo studio diventi avventura ed incontro, ricerca e scoperta, assunzione e verifica della proposta del docente.

Tra i docenti (e i genitori) ci sono anche quelli che pensano e si comportano come Ortega y Gasset, secondo il quale lo studio non né avventura né immedesimazione, ma “un triste fare umano”, privo di fascino, anche in mesi diversi del “maggio odoroso” di Leopardi. Per il filosofo spagnolo, “il desiderio di sapere che può sentire il bravo studente è del tutto eterogeneo, forse antagonico allo stato dello spirito che ha portato a creare il sapere stesso ... Lo studente tipo è un uomo che non sente la diretta necessità della scienza, o la preoccupazione per essa, e tuttavia si vede costretto a occuparsene ... Essere studenti, come essere contribuenti, è una cosa ‘artificiale’, che ci si vede obbligati a essere”. 

Allora dobbiamo eliminare lo studio? Dobbiamo abolire la scuola? “Togliere il disturbo” direbbe qualcuno? No, risponde Ortega y Gasset: “Studiare ed essere studente è sempre, soprattutto oggi, una necessità inesorabile dell’uomo. Lo voglia o no, egli deve assimilare il sapere accumulato, sotto pena di soccombere individualmente o collettivamente”. Evitiamo dunque il giro di parole, lo studio è costrizione; scienza fa rima con sofferenza. “Far” studiare è “far” soffrire. Strumento al riguardo è la valutazione. Questo è il pensiero di molti uomini e donne di scuola, persino di genitori. 

È indubbio: c’ è un legame inscindibile tra sacrificio e studio, tra sofferenza e conoscenza. Ma non nei termini negativi descritti da Ortega y Gasset.



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