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SCUOLA/ La "voglia di studiare"? Aboliamola dal vocabolario

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

Lo studio è sacrificio innanzitutto perché non è della stessa natura della voglia dell’imparare istintivo, episodico e casuale. Chi studia deve applicarsi (piegarsi, da ad-plicari), deve accettare di assumere la posizione adeguata per apprendere (afferrare con la mente, con forza) un certo oggetto mentale, rinunciando a schemi, ad abitudini, a pregiudizi e, soprattutto, impegnando del tempo. Il sacrificio consiste proprio in questo: dedicare del tempo ad una cosa che non ha immediatamente la stessa presa coinvolgente che avrebbe la partita di pallone, l’uscire con gli amici, stare con la ragazza o il ragazzo. Se lo si affronta, diventa una risorsa. Non si tratta infatti di rinunciare al pallone, alla musica, agli incontri con le persone a cui si vuole bene. Semplicemente occorre scegliere quando, quanto e per quanto tempo applicarsi a questa o a quello cosa, hic et nunc. Scegliere personalmente. Lo studio, gesto di libertà e di responsabilità personale, non ammette mai sostituti, pena la sua morte sul nascere.

“Studio e libertà sono due buoi sotto lo stesso giogo nel campo della verità. Sono te stesso in azione. Sono espressione del tuo bisogno di felicità. Per questo costano. Ma attenzione, il prezzo che paghi non è la gabbia e neppure la fuga. È un sacrificio, cioè un atto volontario (libero) di rinuncia ad un valore per un valore qualitativamente superiore. Non s’impara nulla senza sacrificio. Sia che si tratti di una discesa con gli sci, o di un ragionamento matematico, o dell’interpretazione di un’opera d’arte, imparare è dire ‘no’ ad un valore per un valore più grande” (Lettera ad un liceale). 

Scegliere con grinta. Smettiamo di parlare di “voglia di studio”, che è desiderio volubile, senza un oggetto preciso, sterile, privo di progetto. Dovremmo eliminare dal vocabolario quotidiano il sintagma “voglia di studio”. 

Lo studio esige che ci si opponga con determinazione alla veemenza delle voglie nel cui mare si annega il cuore e il pensiero. Parlo della determinazione che proviene dalla coscienza e dall’animo di chi intuisce un bene per sé nell’azione-studio; coscienza provocata non da autoaccensione della mente, bensì da una proposta carica di senso. La quale è tanto più efficace quanto più è in sintonia con l’impeto con cui l’uomo-studente si protende verso il suo destino ed è formulata in sinergia con genitori e colleghi in un ambiente comunitario. Proposta assunta e verificata nella certezza di un “guadagno” (si veda etimologia di “imparare”), di cui è caparra la gioia del conoscere sperimentabile anche nella fatica. 

La volontà, quella che in caso di necessità fa stringere i denti e fa sopportare la sofferenza, è lo strumento principale dell’apprendista nel lavoro manuale, ma, contrariamente all’opinione più corrente, non ha quasi nessuna parte nello studio. Solamente il desiderio può guidare l’intelligenza e affinché il desiderio sussista, deve esserci piacere e gioia. L’intelligenza si sviluppa e porta frutto solo nella gioia. La gioia di imparare è altrettanto indispensabile agli studi quanto il fiato ai corridori. Là dove manca, non vi sono studenti, ma povere caricature di apprendisti che, alla fine del loro tirocinio, non avranno nemmeno un mestiere” (Simone Weil).



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