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SCUOLA/ Risé: non è parlando di legalità che diventeremo migliori

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Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)

Perché oggi le persone delegano sempre di più allo Stato qualcosa di cui dovrebbero essere amministratori in prima persona; non evidentemente il fare giustizia, ma sviluppare il  proprio senso della legalità, e delle responsabilità che ne conseguono.

Che cosa la scuola dovrebbe o potrebbe fare?

Sviluppare il senso personale, interiore, profondo, della giustizia. La legge non si dovrebbe imparare a scuola ma in famiglia, là dove avviene la prima educazione all’ordine delle cose. È qui, come abbiamo detto, la radice interiore della legalità. Dopo di questo viene l'ambito culturale e socio-culturale. Poiché dal codice napoleonico in poi nel continente europeo le leggi sono aumentate a dismisura, è d’obbligo svolgere un’opera di discernimento − con la critica, l’esempio e l’esercizio − su tutto l’apparato statuale che presiede alla giustizia, se non altro perché non la danneggi gravemente.

Non basta quindi fare lezione di diritto nelle scuole.

Assolutamente no. Intendiamoci: conoscere la Costituzione è una buona cosa, ma è illusorio − dove non è deleterio − pensare che sia un insegnamento disciplinare ad essere centrale nello sviluppo personale del rispetto della giustizia. Se viene meno quest’ultimo, cosa ce ne faremo dell’erudizione giuridica?

Una studentessa liceale, in risposta agli appelli civili di Ferruccio De Bortoli e del ministro Profumo dopo l’attentato di Brindisi, centrati sul senso dello Stato, ha scritto: «io non voglio essere estranea alla mia vita, rimandando ad altri, o come in questo caso allo Stato, una responsabilità che è mia. Mio è il compito di rispondere alla vocazione che è la vita».

È un pensiero profondissimo, che va al cuore della nostra conversazione. Esprime una grande stima della vita e la interpreta come vocazione. Dimostra che la nozione di legalità precede ogni struttura di amministrazione legale. È questo che occorre fare: ridare spazio alla vita. Verso persone che hanno fatto una grande esperienza di morte e dunque di negazione della vita, come è accaduto alle compagne di Melissa, occorre prestare innanzitutto amore e ascolto, per ricostituire quello spazio.

Che cos’è lo spazio di cui sta parlando?



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COMMENTI
25/05/2012 - delusione (giovanna genco)

Ancora questa idea che si possa educare alla legalità senza le leggi. Dall'intervento di Risé percepisco un'idea arcaica dell'insegnamento del diritto fatta di declamazioni di articoli e commi a memoria. Mi chiedo se Risé sappia come ogni giorno i nostri ragazzi sperimentino il diritto nelle nostre aule. Come sgranino gli occhi quando scoprono che chi nasce in Italia da cittadini stranieri non sia cittadino italiano anche se frequenta le nostre scuole, conosce solo la nostra lingua e non ha messo mai piede nel paese d'origine dei propri genitori. Il bello di insegnare diritto è proprio questo. Confrontarsi con i problemi di ogni giorno, aprire un quotidiano e sapere leggere la realtà. I ragazzi che hanno oggi la possibilità di studiare il diritto e l'economia politica hanno ancora gli strumenti per misurarsi con termini quali "legittimo impedimento" o "spread" ... non è nozionismo, è avere una "cassetta di attrezzi" per essere dei cittadini consapevoli.

 
24/05/2012 - mah.... (Rosanna Lioveri)

Caro Risé... perché la domanda ( ..che trovo imbarazzante!!) non la pone ai nostri ragazzi che vogliono sapere i sistemi elettorali, i complicati meccanismi delle crisi di Governo, studiare i reati di concussione, corruzione di Tangentopoli, il Decreto Conso, Biondi... una pagina importante della nostra Italia. Anacronistica!!? ..mah! Perché queste considerazioni "sui generis" non le pone ai genitori che ci chiedono il perché il diritto in terzo liceo scienze umane non ci sia?... e qui un docente, uno dei pochi non ancora falcidiato dalla necessaria politica dei tagli della Riforma Gelmini, francamente si trova spiazzato rifugiandosi nella sua amarezza non sapendo bene cosa rispondere... ma c'è poi una risposta!!?? Forse una risposta ci sarebbe, ma conviene aver rispetto dei Padri costituenti... La saluto nel rispetto delle reciproche diversità di opinioni.. ah, art 21 Cost...

 
24/05/2012 - Studiare il Diritto (Carmelina Metropoli)

Indiscutibile l'asserzione secondo cui si impara dagli esempi, ma sostenere la dannosità dello studio del Diritto mi sembra davvero eccessivo. Lo studio del Diritto non deve essere inteso come finalizzato a formare uomini migliori, problema complesso che chiama in causa tutta la società e tutte le istituzioni, compresa la famiglia; il Diritto, insieme con l'Economia politica, dovrebbe essere studiato in ogni scuola per conoscere, per esempio, il funzionamento degli organi istituzionali o delle imprese, aiutando a comprendere la realtà complessa in cui viviamo. E poiché l'ignoranza non aiuta la civiltà, è indispensabile costruire una scuola che badi non solo alla quantità delle ore di lezione.

 
24/05/2012 - Non ho parole...veramente (Franco Labella)

Devo ammetterlo: è bastata la lettura del titolo a mettermi in allarme. Il resto l'ha fatto il testo di questa incredibile intervista di Risé. Io penso che per il rispetto della intelligenza delle persone non si possono contrabbandare panzane (pronto ad essere querelato ma ribadisco panzane) come quella della educazione alla legalità senza la conoscenza delle leggi. La quale è condizione essenziale anche se non sufficiente sicuramente ma ribadire qui pubblicamente e dopo Brindisi questa storiella che l'esempio fa la cultura della legalità significa credere a tempi storici. Ma oggi, qui e oggi, noi abbiamo una emergenza sulla legalità. E pensare di non dover ripristinare lo studio del Diritto, eliminato dalla Gelmini e giustificato con posizioni come questa di Risé è veramente vivere nell'empireo. Suggerisco a Risé un esercizio elementare: faccia la domanda sulla inutilità dello studio del Diritto a 10, 100 o 1000 genitori a sua scelta e capirà che quello che sostiene è assolutamente inattendibile. Ma siccome esiste l'art. 21 della Costituzione, che Risé immagina non faccia la differenza conoscere, leggiamo Risé e ne confutiamo le posizioni. Le poche righe di commento per il momento bastano. Se poi, come già avvenuto ampiamente nel passato, il Sussidiario vorrà ospitare mie riflessioni più organiche sarò lieto di confutare le posizioni, dannose, di Risé con ben altro spessore che la sola vis polemica. Prof. Franco Labella - Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto e Economia