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SCUOLA/ Risé: non è parlando di legalità che diventeremo migliori

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Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)

Ieri un gruppi di allieve della scuola Morvillo Falcone di Brindisi era a Palermo, nell’anniversario della strage di Capaci. Sempre a Palermo è arrivata ieri la nave della legalità, salpata da Civitavecchia con a bordo il ministro Profumo e 1.500 ragazzi. Ad attenderli hanno trovato il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, anch’egli a Palermo per ricordare Falcone e Borsellino. La memoria dei fatti di sangue del ’92 e il dramma di un attentato che ha riempito l’Italia di sdegno hanno unito tutti nella convinzione che la vita civile è possibile solo se non viene meno il rispetto della legge. La scuola cosa deve fare? «Il parlare molto di legge non aiuta la legge», avverte Claudio Risé.

Perché il bisogno di legalità è oggi così sentito?

È normale che questo avvenga quando la legge è spesso violata e la sicurezza delle persone è minacciata. La vicenda di Brindisi ha dato un rilievo drammatico a questa necessità, perché ad essere attaccati sono stati i nostri corpi, la nostra integrità e dunque la nostra stessa esistenza. Quando le persone si sentono così minacciate, aumenta la richiesta di legge. E il bisogno di sicurezza si traduce anche in un bisogno di legalità.

Come e dove si impara il rispetto della legge e chi è in grado di insegnarlo?

Direi che prima di tutto si impara dall’esempio delle persone. Quando una classe dirigente dà un esempio costante di rispetto della legalità, questo costituisce un grande insegnamento. E poi vengono coloro che svolgono l’attività di giudicare: i giudici, con il loro comportamento innanzitutto pubblico cioè amministrando la legge con equità ed imparzialità, e con il loro comportamento privato. Essi sono grandi, potenziali testimoni  della legge. Di grande importanza inoltre le figure educative: il padre e la madre giusti, l’insegnante giusto.

Dove comincia l’educazione alla legalità?

La prima legge da rispettare è quella in cui consiste la natura delle cose. Da questa, si passa alla legge scritta nei codici e quindi amministrata da un preciso apparato di giustizia. È evidente che chi svolge questo compito di interesse pubblico, lo fa bene nella misura in cui è «figlio» di quella prima esperienza.

La legalità deve divenire per forza una disciplina di insegnamento?

Farei una premessa: il parlare molto di legge non aiuta la legge, come il fare molte norme non porta assolutamente a uno sviluppo della legalità. Anzi la mette in pericolo, perché aumenta a dismisura la possibilità di violazione delle norme, diminuendo proporzionalmente il senso di legalità nel cittadino: cioè la responsabilità della persona nell’assoggettarsi alla legge,  cominciando da sé,  dall'essere giusto.

Perché dice questo?



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COMMENTI
25/05/2012 - delusione (giovanna genco)

Ancora questa idea che si possa educare alla legalità senza le leggi. Dall'intervento di Risé percepisco un'idea arcaica dell'insegnamento del diritto fatta di declamazioni di articoli e commi a memoria. Mi chiedo se Risé sappia come ogni giorno i nostri ragazzi sperimentino il diritto nelle nostre aule. Come sgranino gli occhi quando scoprono che chi nasce in Italia da cittadini stranieri non sia cittadino italiano anche se frequenta le nostre scuole, conosce solo la nostra lingua e non ha messo mai piede nel paese d'origine dei propri genitori. Il bello di insegnare diritto è proprio questo. Confrontarsi con i problemi di ogni giorno, aprire un quotidiano e sapere leggere la realtà. I ragazzi che hanno oggi la possibilità di studiare il diritto e l'economia politica hanno ancora gli strumenti per misurarsi con termini quali "legittimo impedimento" o "spread" ... non è nozionismo, è avere una "cassetta di attrezzi" per essere dei cittadini consapevoli.

 
24/05/2012 - mah.... (Rosanna Lioveri)

Caro Risé... perché la domanda ( ..che trovo imbarazzante!!) non la pone ai nostri ragazzi che vogliono sapere i sistemi elettorali, i complicati meccanismi delle crisi di Governo, studiare i reati di concussione, corruzione di Tangentopoli, il Decreto Conso, Biondi... una pagina importante della nostra Italia. Anacronistica!!? ..mah! Perché queste considerazioni "sui generis" non le pone ai genitori che ci chiedono il perché il diritto in terzo liceo scienze umane non ci sia?... e qui un docente, uno dei pochi non ancora falcidiato dalla necessaria politica dei tagli della Riforma Gelmini, francamente si trova spiazzato rifugiandosi nella sua amarezza non sapendo bene cosa rispondere... ma c'è poi una risposta!!?? Forse una risposta ci sarebbe, ma conviene aver rispetto dei Padri costituenti... La saluto nel rispetto delle reciproche diversità di opinioni.. ah, art 21 Cost...

 
24/05/2012 - Studiare il Diritto (Carmelina Metropoli)

Indiscutibile l'asserzione secondo cui si impara dagli esempi, ma sostenere la dannosità dello studio del Diritto mi sembra davvero eccessivo. Lo studio del Diritto non deve essere inteso come finalizzato a formare uomini migliori, problema complesso che chiama in causa tutta la società e tutte le istituzioni, compresa la famiglia; il Diritto, insieme con l'Economia politica, dovrebbe essere studiato in ogni scuola per conoscere, per esempio, il funzionamento degli organi istituzionali o delle imprese, aiutando a comprendere la realtà complessa in cui viviamo. E poiché l'ignoranza non aiuta la civiltà, è indispensabile costruire una scuola che badi non solo alla quantità delle ore di lezione.

 
24/05/2012 - Non ho parole...veramente (Franco Labella)

Devo ammetterlo: è bastata la lettura del titolo a mettermi in allarme. Il resto l'ha fatto il testo di questa incredibile intervista di Risé. Io penso che per il rispetto della intelligenza delle persone non si possono contrabbandare panzane (pronto ad essere querelato ma ribadisco panzane) come quella della educazione alla legalità senza la conoscenza delle leggi. La quale è condizione essenziale anche se non sufficiente sicuramente ma ribadire qui pubblicamente e dopo Brindisi questa storiella che l'esempio fa la cultura della legalità significa credere a tempi storici. Ma oggi, qui e oggi, noi abbiamo una emergenza sulla legalità. E pensare di non dover ripristinare lo studio del Diritto, eliminato dalla Gelmini e giustificato con posizioni come questa di Risé è veramente vivere nell'empireo. Suggerisco a Risé un esercizio elementare: faccia la domanda sulla inutilità dello studio del Diritto a 10, 100 o 1000 genitori a sua scelta e capirà che quello che sostiene è assolutamente inattendibile. Ma siccome esiste l'art. 21 della Costituzione, che Risé immagina non faccia la differenza conoscere, leggiamo Risé e ne confutiamo le posizioni. Le poche righe di commento per il momento bastano. Se poi, come già avvenuto ampiamente nel passato, il Sussidiario vorrà ospitare mie riflessioni più organiche sarò lieto di confutare le posizioni, dannose, di Risé con ben altro spessore che la sola vis polemica. Prof. Franco Labella - Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto e Economia