BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Un prof oggi è ancora capace di "generare" figli?

Pubblicazione:

(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

1. Un primo esito lo possiamo classificare come replica. È il caso di un passaggio rigido del patrimonio da una generazione all’altra. È tipico delle culture chiuse e fortemente gerarchiche. Va detto però che non avviene mai allo stato puro perché le nuove generazioni hanno sempre una certo spazio di cambiamento.

2. Ci interessa più l’altra soluzione estrema a noi più vicina. È il caso della frattura tra le generazioni, e in particolare quella ancor più pericolosa della scissione tra le generazioni. Quando infatti la frattura assume la forma del conflitto si ha comunque lotta, si ha un cum-fligere, la lotta può tendere ad eliminare l’altro ma l’altro c’è, nel lottare se ne afferma la presenza. Più subdola è la scissione, la presenza dell’altro non è riconosciuta, non ne è riconosciuta l’importanza nella costruzione e realizzazione del proprio io e della propria identità. Vive oggi sotto la forma dell’autogenerazione. Autorealizzarsi è il must odierno di un individuo che suppone la propria realizzazione come un dispiegamento, uno srotolamento di sé. Il mito auto-generativo (2) così diffuso ha nella clonazione la sua forma emblematica. L’autogenerazione non è né pro-creazione, né tanto meno generazione; è piuttosto riproduzione, nel senso letterale di riprodurre l’identico, il doppio identico: una cosa psichicamente assai conturbante come è sempre del doppio (3).

Vive in forma simbolico-culturale in molte nostre rappresentazioni, si pensi al self-made man e a tutte quelle rappresentazioni del vivere omologanti che negano l’altro in quanto differente da me, negano perciò quello che ci precede e che perciò stesso non  è mio prodotto. Tutti noi in quanto figli del nostro tempo ne siamo più o meno contagiati, così la giovane coppia pensa di essere l’alba del nuovo giorno e non vede la storia che l’ha generata, così i genitori non vedono il figlio come nuova generazione ma solo come prolungamento di sé (una forma sottile di autogenerazione). 

La scissione è l’ultimo ed inevitabile esito di una concezione di individuo che è monade, a differenza della nostra tradizione che ci parla invece di persona cioè essere in relazione. Essa è dentro i soggetti, ma anche tra i soggetti e tra corpi sociali. In particolare dobbiamo riflettere sulla scissione tra familiare e sociale, la quale ha effetti palpabili sul rapporto famiglia e scuola.

Ecco in breve: gli adulti hanno comportamenti scissi nei confronti delle nuove generazioni, si comportano in maniera opposta in famiglia e nel sociale. In famiglia il figlio è visto fondamentalmente come un soggetto da proteggere, anche ben oltre l’età in cui tutto ciò è auspicabile, in linea con la percezione del figlio come rispecchiamento di sé e prolungamento della propria vita. Il gap generazionale è, per così dire, superato da un avvolgimento accuditivo centrato sull’affetto (ma sarebbe più corretto dire sull’emozione che è l’affetto quando perde la sua direzione, il suo senso) e su forme sottili di controllo. Nel sociale gli stessi adulti (che sono poi quelli che in famiglia sono i genitori) tendono ad essere espulsivi verso i giovani, lasciano poco spazio ad essi, continuamente procrastinano il loro inserimento nella società e colludono con l’inerzia di molti giovani. Se leggiamo questa inerzia in senso generazionale essa però ci appare non tanto un fattore di mutamento antropologico dei giovani di oggi ma piuttosto il sintomo di uno scambio, di un passaggio tra le generazioni infruttuoso perché all’insegna della scissione. Vediamo così tanto spesso il genitore colludere col figlio, schierandosi con lui contro l’altro adulto, per esempio l’insegnante, invece che condividere la responsabilità educativa (ognuno ben inteso secondo il proprio ambito) verso le nuove generazioni. 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >