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SCUOLA/ Un prof oggi è ancora capace di "generare" figli?

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

3. E veniamo al centro, al passaggio positivo, alla modalità generativa di trasferimento dei patrimoni. Possiamo chiamare questa modalità di tra-mandare “rinnovamento delle origini”. Rinnovamento è molto meglio di innovazione. È una innovazione che è nella linea della continuità, e non della scissione e frattura, ma neppure della replica. Ci dice di una novità che non è dimentica di ciò che l’ha preceduta. Questa posizione alberga in chi sa che ricomincia da capo ma non ricomincia da zero. Ogni essere umano è un nuovo cominciamento, la nascita di un essere umano, ci ricorda splendidamente Hannah Arendt, è l’emergere nel mondo del nuovo, ma il nuovo è generato anche se eccede (infatti è accompagnato da stupore) chi l’ha generato. Ogni generazione è un nuovo cominciamento, ha il compito di riscrivere la storia con propri accenti ma non può farlo se non a partire dalle proprie appartenenze, dalle proprie origini, innovandole e trasformando il patrimonio che le è stato consegnato. Gli adulti, i generanti siano essi genitori o chi ha una funzione generativa (come è sicuramente quella degli insegnanti) hanno perciò non solo un compito diretto verso le generazioni a loro successive ma anche un compito verso le precedenti, di “mediazione generazionale” (il “tra” del tramandare) di trasformazione, risignificazione della tradizione, vuoi famigliare (e questo compete soprattutto ai genitori), vuoi culturale e sociale e questo tocca soprattutto agli insegnanti o a chi ha una funzione educativa-culturale. Diciamo meglio: esercitare appieno il compito responsabile verso la generazione successiva non può essere svolto se contemporaneamente non si esercita questa funzione di “continuità innovativa”, di traghettamento dal passato al presente, verso il futuro, verso il passato. Si tratta di rendere familiare quel che è lontano nel tempo.

Pensare per generazioni è un bel modo di pensare e di porsi nella condizione di “verifica della tradizione” e di coscienza critica. È un pensiero che sa tra-passare e tra- mandare, che sa muoversi in avanti e indietro. Vedere l’altro, figlio, alunno… come nuova generazione vuol dire vederlo in termini pro-creativi, pro-gettuali, in un moto vitalissimo che prefigura una mission. Questo è in fondo educare, e-ducere, tirar fuori quel che è al nostro fondo, che sta lì in potenza ma che non è tabula rasa bensì patrimonio ereditato, per condurlo (ecco il ducere) non a sé (si tratta in questo caso di se-ducere, una forma di seduzione) ma per introdurlo nella realtà, per lanciarlo in avanti perché... perché a sua volta faccia altrettanto. La tradizione ha valore non in quanto contenuto fisso, ma in quanto riesce ad essere tra-mandata.

Pensare per generazioni vuol dire perciò vedere l’alunno non solo come destinatario del proprio impegno e della propria azione (in una prospettiva duale tipica del binomio alunno/insegnante) ma vederlo come portatore di un progetto che accomuna. Il messaggio che passa è perciò questo: ti consegno il patrimonio perché tu lo faccia fruttare e perché tu lo trasmetta e tramandi a tua volta. Questo è un vero lanciare in avanti, questa è una vera forma emancipativa, non la sterile autorealizzazione: se tutto nasce da me e finisce a me in un circolo chiuso, tutto implode.



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