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SCUOLA/ C'è una traduzione che mette d'accordo "conservatori" e "progressisti"

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Il dibattito sulla traduzione ha spesso avuto origine, in passato come ora, a partire da una insoddisfazione sulla prassi didattica, in particolare sull’interesse degli alunni e sui risultati ottenuti. Lo stesso Ørberg − autore del corso cui largo spazio è stato dedicato su queste pagine con articoli di Miraglia, Montecchi e Tanca − mi ha confessato personalmente  che ha preso le mosse proprio guardando gli alunni svogliati di fronte agli esercizi di latino. Tale è anche la spinta ideale di Miraglia che attraverso Vivarium Novum ha contribuito alla diffusione del metodo natura in Italia. Tale è anche la sempre viva preoccupazione di Flocchini e Bacci con cui ho spesso collaborato. Tale la spinta innovativa in generale del rinnovamento che si riscontra nell’editoria scolastica e nelle proposte delle indicazioni nazionali.

Premesso ciò, vorrei inserirmi nel dibattito partendo da un altro punto di vista. Per affrontare con serenità  la questione  può essere utile  far tesoro di qualche osservazione  sulla pratica traduttiva nella scuola antica. 

Girolamo, il famoso traduttore della Bibbia, definisce la traduzione in latino di testi greci un’antica usanza propria delle persone esperte nell’arte della parola. Sottolinea da un lato la difficoltà della pratica ma dall’altro l’utilità testimoniata dal comportamento di Cicerone che ha tradotto Platone, Arato, Senofonte. In effetti Cicerone dopo aver trattato della parafrasi (cioè della traduzione  endolinguistica) e dei possibili inconvenienti di questo esercizio, primo fra tutti l’uso improprio del lessico, affronta il tema della traduzione (cioè della traduzione interlinguistica) spiegando analiticamente in che cosa consisteva il tradurre le orazioni greche dei massimi oratori: dopo aver letto il testo si doveva tradurlo ponendo una particolare cura nella scelta del lessico, dal momento che sono accettabili solo i vocaboli in uso o i neologismi formati sul modello della lingua latina. In termini moderni diremmo: non inventiamoci una lingua artificiale per essere “fedeli” alla traduzione.

Quintiliano fa eco a Cicerone sostenendo che è chiaro il valore di questo esercizio. Secondo Quintiliano infatti attraverso la traduzione si gareggia col modello. Tradurre è un po’ come entrare nell’officina nell’autore, scoprirne le tecniche di codifica, “smontare il prodotto” che si apprezza per provare a riprodurlo in proprio, scoprendo che le lingue sono diverse e che non solo occorre un’attenzione al lessico, ma anche alle figure retoriche usate dall’autore che si cerca di tradurre e che magari suonano strane nella propria lingua. Secondo Quintiliano dunque vale la pena di tradurre i testi greci perché sono  ricchi di argomenti e di abilità tecnica: il  traduttore però  deve usare  le parole  "più opportune" (cioè quelle davvero latine) e, se necessario, mutare le figure retoriche, dato che non c’è una perfetta corrispondenza tra le due lingue. È evidente che Quintiliano e Cicerone stanno trattando di un livello avanzato di traduzione. 

Ma sempre Quintiliano tratta altrove anche dell’approccio elementare alla pratica traduttiva dalla lingua greca. Le traduzioni sono intese da Quintiliano come “primi esercizi di eloquenza” e sono destinati dal maestro ai “i ragazzi, i quali per l’età non sono ancora in grado di intendere la retorica”. Secondo un principio di gradualità nella didattica si parte dalle favolette di Esopo.



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