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SCUOLA/ C'è una traduzione che mette d'accordo "conservatori" e "progressisti"

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Quintiliano propone questo metodo: facendo attenzione al lessico occorre innanzitutto approntare una sorta di traduzione parola per parola; quindi tradurre “più coraggiosamente” ovvero riassumerlo oppure ornarlo mantenendo il senso. Per Quintiliano sembra quindi che non esista ai primi livelli di apprendimento un solo tipo di traduzione ma che, colto il senso, l’operazione traduttiva può avere diverse sfaccettature.

Anche Plinio sottolinea l’utilità della pratica traduttiva per lui non solo dal greco in latino ma anche dal latino al greco. Attraverso la traduzione ci si procura una maggiore abilità nell’uso del lessico, delle figure retoriche, nella spiegazione, nell’imitazione, ma soprattutto nella attenzione alle caratteristiche linguistiche dei testi che “possono sfuggire a chi legge ma non a chi traduce”. Secondo Plinio infine tradurre potenzia le facoltà intellettive.

La traduzione greco latina o addirittura latino greca era quindi prassi consolidata, ritenuta valida universalmente, accettata, diffusa, ritenuta elemento utile per la formazione dell’uomo di cultura. Evidentemente non era l’unica! Ma non era snobbata. 

L’esperienza traduttiva nella scuola di oggi − Avere guardato con occhio distaccato la traduzione penso possa essere servita a giudicare con più serenità la questione. Penso che sia fuori discussione l’utilità strumentale nell’apprendimento, nel potenziamento (o anche nella  verifica) delle competenze linguistiche e testuali. Pare poi di intravedere nella traduzione anche una utilità pedagogica: si tratta di riconoscere con umiltà che esiste un altro diverso da sé, che vale la pena affrontare la fatica di capire il suo mondo, di comprendere fino in fondo e non solo approssimativamente il suo messaggio. Si tratta insomma di un’educazione al rispetto di un senso altro da scoprire, accettare e riconoscere, entrando in un mondo altro di cui non si fa parte. Se gli esercizi endolinguistici sono utili anzi indispensabili per la “immersione” di cui parla Milanese, per conoscere e manipolare una lingua dall’interno, la traduzione a mio avviso mantiene la sua valenza educativa nel sottolineare l’alterità oggettiva che solo una metodologia contrastiva mette in risalto. Non si tratta di tradurre in un improbabile “grechese” o “latinese” (rischio sottolineato anche dagli antichi latini che dovevano tradurre dal greco in latino), ma al contrario di mantenere il più possibile del testo di partenza. In quest’ottica, anche la traduzione nella scuola può e deve essere intesa come chiave di accesso privilegiata ad una lingua, ma soprattutto come chiave di accesso attraverso la lingua ad una civiltà, anche in un primo anno di greco o latino. Staccata da un contesto reale la traduzione appare sì uno sterile esercizio insensato e quindi disumano e inaccettabile. Mantiene invece tutto il suo valore se legata ad una verità. Questo dovrebbe essere un criterio con cui valutare ogni attività, da intendere come sostiene Antiseri non come “esercizio” ma come “problema”.

Certo, è possibile accostare una civiltà non in lingua originale: ma quanto si guadagna potendo leggere direttamente la lingua in cui sono stati scritti certi testi?

Un’ultima considerazione legata all’esperienza personale: la traduzione come processo di approssimazione al vero è per i ragazzi affascinante, la traduzione come esercizio imposto da chi possiede un insieme di competenze precluse ad altri, come esercizio di potere di chi conosce il latinorum, è ovviamente insensato.

 



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