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SCUOLA/ Ferrante: caro Bertagna, su diplomati e laureati ti sbagli, ecco perché

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Con ciò non si vuole negare che vi siano gravi patologie nel funzionamento del mercato del lavoro che rendono inefficiente l’incontro tra domanda e offerta di  capitale umano, le cui cause però sono riconducibili a pratiche e comportamenti sia dal lato dell’offerta (famiglie, sistema della formazione) sia da quello della domanda (imprese, con riferimento alle modalità di selezione, al reclutamento e alla incentivazione del personale, agli investimenti in formazione). Né si vuole negare che l’offerta di competenze di tipo professionale possa talvolta non essere all’altezza delle aspettative delle imprese.

Ciò detto, vi sono numerose evidenze tra loro convergenti nel confutare la tesi dell’intervistato. In primo luogo, l’assenza di un eccesso di domanda di diplomati negli indirizzi professionalizzanti è dimostrata dai dati sulla disoccupazione per titolo di studio. Questi ci dicono il contrario, e questo eccesso di offerta di diplomati è precedente alla crisi iniziata nel 2009 e riguarda diverse centinaia di migliaia di diplomati, molti di loro con esperienze di lavoro alle spalle. Secondo i dati Istat, nel 2011 il totale dei diplomati disoccupati era di circa 900mila persone, in gran parte provenienti da istituti tecnici e professionali.

Pur ipotizzando che una fetta di questo esercito possa presentare competenze, anche per ragioni di età, non appetibili per le imprese (quelli nella fascia d’età 15-34 anni erano circa 560mila), residuano comunque alcune centinaia di migliaia di giovani e meno giovani diplomati provenienti dai percorsi professionalizzanti che hanno difficoltà nel trovare un lavoro. Inoltre, se vi fosse una situazione opposta, questo si dovrebbe registrare anche nelle dinamica delle retribuzioni: se i diplomati fossero una merce così rara, le retribuzioni dovrebbero aumentare di conseguenza. Infine, i dati Istat sul sotto-inquadramento dei lavoratori segnalano che il problema non riguarda solo i laureati ma anche i diplomati negli indirizzi professionalizzanti.

Sicuramente, come propone l’intervistato, tutto ciò dipende dalla nostra struttura imprenditoriale, caratterizzata dalla prevalenza di micro e piccole imprese. Ma se questi sono i dati e le evidenze, la conclusione implicitamente proposta dal prof. Bertagna, che occorre adeguare il sistema di formazione alle esigenze attuali delle micro e piccole imprese italiane (specializzate in settori a medio basso contenuto tecnologico e a prevalente gestione famigliare), comporterebbe che dovremmo puntare a convincere numerose famiglie italiane ad accettare l’idea che la propria prole debba conseguire solo la scuola dell’obbligo. Che abbia ragione il collega Bertagna?



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